Religione

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330.323 Km2Superficie

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Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione

Secondo l’articolo 3 (1) della Costituzione «l’Islam è la religione della Federazione [della Malesia] ma altre religioni possono essere praticate in pace e in armonia in tutta la Federazione»[1]. L’articolo 11 stabilisce che «tutti hanno il diritto di professare e praticare la propria religione», ma, allo stesso tempo, il paragrafo 4 dello stesso articolo dichiara che le leggi degli Stati e del governo federale «possono controllare o limitare la diffusione di qualsiasi dottrina o credo religioso tra le persone che professano la religione dell’Islam»[2].

L’articolo 160 della Costituzione definisce un “malese” come, tra gli altri criteri, «una persona che professa la religione dell’Islam»[3]. I malesi – che rappresentano circa il 55 percento della popolazione – sono definiti come distinti dalle minoranze etniche, le quali sono principalmente di origine cinese e indiana. Gli appartenenti a queste minoranze etniche – siano essi di religione buddista, indù, cristiana o di altra religione – sono in linea di principio liberi di convertirsi all’Islam. Al contrario, la conversione è vietata ai malesi (nel senso etnico del termine) perché, poiché sono presumibilmente musulmani, non possono lasciare la loro religione, in quanto commetterebbero apostasia, che ai sensi della legge è ritenuto un crimine.

Nel dicembre 2014, un gruppo di 25 musulmani malesi, tra cui ex alti funzionari civili, ha firmato una lettera aperta in cui si affermava che il Paese stava «scivolando lentamente verso l’estremismo religioso e la violenza». Gli autori della missiva hanno espresso profonda preoccupazione per l’aumento del radicalismo islamico, un fenomeno che, presumibilmente con lucido calcolo politico, era stato tollerato e persino incoraggiato dal governo[4]. Dal 2014 la situazione non è migliorata.

Incidenti

I musulmani sono sotto la giurisdizione dei tribunali islamici (le corti shariatiche) per quanto riguarda le questioni di diritto personale (cioè il matrimonio, il divorzio e le regole di eredità). Una disposizione costituzionale stabilisce che i tribunali civili non si esprimono su ambiti che rientrano nelle competenze delle corti shariatiche. Ciò causa seri problemi quando i giudizi emessi dai tribunali islamici coinvolgono anche non musulmani (nel caso, ad esempio, del divorzio tra una persona di fede islamica e una non musulmana). Questo può portare al fatto che dei non musulmani siano sanzionati da un giudice islamico senza alcuna possibilità di appello contro la sentenza emessa.

Nel periodo in esame si è verificato uno sviluppo significativo in questo settore della legge. La vicenda è la seguente. Due malesi induisti – Pathmanathan e Indira Gandhi –  si sono sposati legalmente nel 1993. Nell’aprile 2009, il marito, K. Pathmanathan, convertitosi all’Islam sotto il nome di Muhammad Riduan Abdullah, ha rapito i suoi tre figli (allora dell’età di 11 mesi e di 11 e 12 anni) dalla casa coniugale, convertendo anche i minori all’Islam. Nel marzo 2010, un tribunale civile ha concesso la custodia dei figli alla madre, ma il padre ha rifiutato di obbedire, sostenendo che un tribunale islamico gli aveva già affidato la custodia dei figli. Nel luglio 2013, la sua ex-moglie, Indira Gandhi, ha ottenuto una sentenza favorevole dall’Alta corte di Ipoh. I giudici dichiararono incostituzionale l’atto di costringere un minore a convertirsi in un’altra religione senza il consenso di entrambi i genitori.

Tuttavia, il 30 dicembre 2015, la Corte d’appello di Putrajaya ha espresso un’opinione diversa. Ha stabilito che il figlio maggiore, ormai un adulto, poteva decidere autonomamente la propria affiliazione religiosa. Tuttavia, ha anche stabilito che nel caso degli altri due bambini ancora minorenni «la determinazione della validità della [loro] conversione alla fede musulmana era strettamente una questione religiosa e, quindi, rientrava esclusivamente nei limiti della giurisdizione della Corte islamica».

Inaspettatamente, il 29 gennaio 2018 una sentenza dell’Alta Corte di giustizia, ha annullato il verdetto del dicembre 2015. I giudici hanno stabilito che le conversioni unilaterali, vale a dire il cambio di affiliazione religiosa di un figlio minore da parte di uno solo dei genitori, erano illegali[5]. In tal modo, per la prima volta, i giudici hanno infranto la giurisprudenza ponendo i tribunali islamici allo stesso livello, se non inferiore, dei tribunali civili.

Un altro caso ha evidenziato un ulteriore punto controverso relativo alle relazioni tra comunità religiose. Mentre un non musulmano può convertirsi all’Islam, un musulmano non può lasciare la sua religione. Questo divieto ha provocato un certo numero di controversie legali e, anche in questo caso, la questione era la preminenza o meno della legge civile sulla legge religiosa.

Il 24 marzo 2016, l’Alta Corte dello Stato di Sarawak ha permesso a Roneey Rebit, 41 anni, di rinunciare all’Islam, la fede che aveva adottato a 10 anni. Ciò ha avuto luogo senza che egli dovesse passare attraverso un tribunale islamico.

Il giudice Yew Jen Kie, cui era stato affidato questo caso, si è basato sull’articolo 11 della Costituzione per emettere il suo verdetto. Ha considerato che Rebit aveva seguito i desideri dei suoi genitori al momento della sua conversione e, quindi, non poteva essere considerato una persona che professava l’Islam, tanto più che nel 1999 era stato battezzato alla fede cristiana e aveva quindi scelto liberamente la sua religione. Di conseguenza, il suo caso non rientrava nella giurisdizione di un tribunale della shari’a perché l’uomo non poteva essere considerato un musulmano.

Il giudice ha richiesto all’ufficio per gli affari islamici dello Stato di Sarawak una lettera di rinuncia alla fede musulmana per Rebit e ha chiesto che il nome e l’affiliazione religiosa dell’uomo iscritti presso l’ufficio dello stato civile della Malesia fossero cambiati.

Per coloro che sostengono la libertà religiosa in Malesia, questa sentenza rappresenta una grande vittoria. Tuttavia, le relative modifiche della legge sono state meno imminenti. Per esempio, il ministro del Sarawak, Abang Johari Openg, ha dichiarato il 3 marzo 2018 che il suo governo aveva bisogno di altri sei mesi per studiare i punti oscuri della legislazione religiosa prima di prendere in considerazione una modifica della legge statale in materia[6]. Sarawak ha la particolarità di essere l’unico Stato all’interno della Federazione della Malesia ad avere una maggioranza di cristiani (44,2 percento cristiani e 30,2 percento musulmani, secondo l’ultimo censimento del 2010).

Vi sono stati sporadici atti di violenza contro individui di varie religioni.

Il 13 febbraio 2017, un pastore protestante è stato rapito in pieno giorno nella città di Petaling Jaya. Nessuna richiesta di riscatto è stata comunicata alla famiglia e da allora non si è più avuta alcuna notizia del pastore[7]. I commentatori hanno attirato l’attenzione sul fatto che nel 2011 l’uomo era stato accusato di proselitismo dall’ufficio per gli affari islamici dello Stato di Selangor (JAIS), ma i suoi parenti affermano che il ministro era coinvolto soltanto in azioni caritatevoli guidate dalla sua Chiesa Harapan Komuniti (“Comunità di speranza”).

Nel novembre 2016, Joshua Hilmi e sua moglie, Ruth Sitepu, sono scomparsi. Hilmi si era convertito dall’Islam al Cristianesimo ed era divenuto un pastore protestante. Nello stesso mese è stato rapito anche lo sciita musulmano Amri Che Mat[8].

Prospettive per la libertà religiosa

Il partito al governo è in crisi, vi sono gravi accuse di corruzione contro il Primo Ministro e l’economia malese mostra segni di debolezza. Per questi motivi, i tempi sono incerti. Le recenti sentenze che hanno avuto un certo impatto sulla libertà religiosa porteranno davvero i loro frutti soltanto se si rifletteranno in cambiamenti legislativi più ampi.

Note / fonti

[1]Costituzione della Malesia del 1957 con emendamenti fino al 2007, constituteproject.org, https://www.constituteproject.org/constitution/Malaysia_2007.pdf?lang=en, (consultato il 15 marzo 2018).

[2]Ibid.

[3]Ibid.

[4] Mong Palatino, ‘Malaysia’s Moderate Voices Urge Islamic Law Reform’, The Diplomat, 25 dicembre 2014, http://thediplomat.com/2014/12/malaysias-moderate-voices-urge-reform-in-islamic-laws/, (consultato il 15 marzo 2018).

[5] ‘When conversion leads to abduction in Malaysia’, Ucanews, 2 febbraio 2018, https://www.ucanews.com/news/when-conversion-leads-to-abducton-in-malaysia/81395, (consultato il 15 marzo 2018).

[6]Trinna Leong, ‘Sarawak could allow converts to renounce Islam’, The Straits Times, 5 marzo 2018, http://www.straitstimes.com/asia/se-asia/sarawak-could-allow-converts-to-renounce-islam, (consultato il 15 marzo 2018).

[7]HadiAzmi, ‘Suspect Charged in Pastor’s Kidnapping: Malaysian Police’, BenarNews, 16 gennaio 2018, https://www.benarnews.org/english/news/malaysian/missing-pastor-01162018180751.html, (consultato il 15 marzo 2018).

[8] Vincent Bevins, ‘Christian preachers’ disappearance in Malaysia stokes fears of crackdown on religious minorities’, The Guardian, 6 giugno 2017, https://www.theguardian.com/world/2017/jun/07/christian-preachers-disappearance-in-malaysia-stokes-fears-of-crackdown-on-religious-minorities, (consultato il 26 marzo 2018).

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