Discriminazione / Situazione peggiorata

Maldive

Religione

370.000Popolazione

300 Km2Superficie

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Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione

Quando si parla di Maldive la maggior parte delle persone pensa ad un paradiso di spiagge tropicali o, in alternativa, al riscaldamento globale che minaccia l’arcipelago composto da oltre 1200 isole di cui soltanto 188 abitate. Il Paese accoglie ogni anno un milione di turisti, che tuttavia si limitano a transitare per l’aeroporto internazionale situato in un’isola vicino a Malé, la capitale. Lì oltre 150mila persone vivono “schiacciate” in appena sei chilometri quadrati, che rendono Malé uno dei territori più densamente popolati al mondo. I turisti si spostano quindi sugli atolli nei loro lussuosi hotel, e ciò significa che molti hanno un contatto limitato o inesistente con la realtà della vita in questa repubblica in cui l’Islam è la religione di Stato e dove la stragrande maggioranza della popolazione è musulmana sunnita.

Secondo la Costituzione del 2008, le Maldive non sono una Repubblica Islamica. Tuttavia, l’articolo 2 definisce le Maldive «una repubblica sovrana, indipendente e democratica basata sui principi dell’Islam».

L’articolo 10, paragrafo (a) della Costituzione stabilisce che «la religione dello Stato delle Maldive è l’Islam»[1]. Aggiungendo che l’Islam è centrale nella struttura giuridica del Paese, l’articolo 10 afferma inoltre che «nessuna legge contraria a nessun principio dell’Islam sarà mai emanata nelle Maldive».

Secondo l’articolo 9, paragrafo (d): «…un non musulmano non può diventare un cittadino delle Maldive». Questo è il motivo per cui le autorità delle Maldive affermano di avere una popolazione al 100 percento musulmana. Tuttavia, queste statistiche ufficiali ignorano la presenza all’interno dell’arcipelago di una cospicua popolazione di immigrati, stimata tra le 50.000 e le 100.000 persone, che provengono in maggioranza dall’Asia meridionale (Bangladesh, Sri Lanka, India e Pakistan), e che non sono di fede islamica.

L’articolo 19, relativo alle restrizioni sulla libertà, stabilisce che «un cittadino è libero di intraprendere qualsiasi condotta o attività che non sia espressamente vietata dalla shari’a islamica o dalla legge». Si afferma inoltre che «nessun controllo o limitazione può essere esercitato contro qualsiasi persona a meno che non sia espressamente autorizzato dalla legge».

L’articolo 27 regola il diritto alle libertà di pensiero e di espressione, che deve essere fatto «in un modo che non sia contrario a qualsiasi principio dell’Islam».

I paragrafi (f) e (g) dell’articolo 67 stabiliscono che è responsabilità dei cittadini «promuovere i valori e le pratiche democratiche in un modo che non sia incompatibile con nessun principio dell’Islam» così come «preservare e proteggere la religione di Stato, l’Islam, la cultura, la lingua e il patrimonio del Paese».

Ai sensi dell’articolo 100, il Presidente e il vicepresidente della nazione possono essere rimossi dall’incarico con una risoluzione del Parlamento in caso di «violazione diretta di un principio dell’Islam». Inoltre, prestare giuramento per una funzione pubblica richiede giuramento «nel nome di Allah Onnipotente», affermando espressamente: «Rispetterò la religione dell’Islam».

Anche l’educazione deve avere come fine quello di promuovere l’Islam. L’articolo 36, paragrafo (c) della Costituzione afferma che: «L’educazione si sforzerà di inculcare l’obbedienza all’Islam, instillare l’amore per l’Islam, promuovere il rispetto dei diritti umani e incoraggiare la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra tutte le persone».

Conformemente all’articolo 70, paragrafo (c), il Parlamento «non deve approvare alcuna legge che contravvenga a qualsiasi principio dell’Islam».

L’articolo 142 richiede che i giudici tengano conto della shari’a per risolvere questioni non contemplate dalla Costituzione o dal sistema giudiziario.

La Costituzione definisce che l’espressione «principi dell’Islam» indichi: «Il Sacro Corano, i principi della shari’a la cui provenienza non è in discussione tra quelli trovati nella Sunna del Nobile Profeta, e i principi derivati ​​da questi due fondamenti». Il termine shari’a islamica è così definito: «il Sacro Corano e le vie preferite dalle persone istruite all’interno della comunità e dai seguaci della Sunna in relazione a questioni penali, civili, personali e di altro tipo che si trovano nella Sunna».

Oltre alle restrizioni contenute nella Costituzione, la Legge sulla protezione delle unità religiose del 1994 mira a unificare la pratica e la predicazione dell’Islam, nonché a limitare la pratica e l’espressione di religioni diverse dall’Islam sunnita.

In conformità con l’articolo 2 della “Legge sulla protezione dell’unità religiosa del 1994”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del Governo nel settembre 2011, è necessaria l’autorizzazione governativa per la predicazione di sermoni e conferenze islamici e la diffusione di informazioni sui principi islamici. Conformemente al paragrafo 4, questi sermoni, conferenze o dottrine non devono contraddire l’Islam, né l’opinione generale stabilita dagli studiosi musulmani, né il Corano, la Sunna o gli hadith. L’articolo 4 proibisce anche la predicazione di altre religioni.

L’articolo 6 della Legge sulla protezione dell’unità religiosa del 1994 stabilisce che: «alle Maldive è vietato diffondere una fede diversa dall’Islam o compiere qualsiasi sforzo per convertire chiunque ad una religione diversa dall’Islam. È anche illegale esibire in pubblico simboli o slogan appartenenti a una religione diversa dall’Islam o suscitare interesse nei confronti delle altre fedi».

In base all’articolo 7 della stessa norma, nelle Maldive è anche illegale «introdurre o esporre pubblicamente libri su altre religioni (diverse dall’Islam), e testi che promuovono e diffondono altre religioni, così come [è illegale] la traduzione in dhivehi, [la lingua ufficiale maldiviana] di libri e testi relativi ad altre religioni».

Secondo l’articolo 9, «è proibito per i non musulmani che vivono nelle Maldive e per i non musulmani che visitano le Maldive esprimere i loro slogan religiosi in pubblico e organizzare attività religiose creando gruppi religiosi e svolgendo tali attività in luoghi pubblici o coinvolgendo i maldiviani in analoghe attività di gruppo».

Inoltre, l’articolo 10 stabilisce: «È illegale possedere, distribuire o diffondere programmi, scritti, opere d’arte e pubblicità relativi a religioni diverse dall’Islam».

La sanzione per qualsiasi violazione di queste disposizioni legali, ai sensi dell’articolo 12, è compresa tra due e cinque anni di reclusione per i maldiviani, mentre gli stranieri che le violano «devono essere consegnati al Ministero dell’immigrazione e dell’emigrazione che ne decreterà l’espulsione dalle Maldive».

Nell’agosto 2016, il quadro giuridico è stato rinforzato da una nuova legge sulla diffamazione. Questo testo criminalizza qualsiasi discorso, osservazione, scrittura o azione considerata diffamatoria nei confronti di «tutti i fautori dell’Islam». I trasgressori sono punibili con multe che vanno da 50.000 rufiya maldiviani (circa 3.200 dollari americani) a due milioni di rufiya (circa 130.000 dollari americani) e pene da tre a sei mesi di reclusione. Le pubblicazioni giudicate colpevoli di ospitare commenti «diffamatori», incluse quelle online, possono essere ritirate[2].

Dopo 30 anni di presidenza di Maumoon Abdul Gayoom, la Repubblica delle Maldive nel 2008 sembrava aver intrapreso la strada della democrazia multipartitica; il nuovo presidente, Mohamed Nasheed, è stato persino eletto democraticamente, il che rappresentò un evento storico per il Paese. L’ascesa al potere del presidente Nasheed, ex giornalista, ecologista e instancabile attivista, è stata seguita da una nuova attenzione per la libertà. La Costituzione del Paese del 2008 ha affermato in particolare l’indipendenza della magistratura. Tuttavia, nel 2012, dopo tre anni piuttosto deludenti per quanto riguarda le riforme, Nasheed ha fatto arrestare il giudice capo della Corte penale per sospetto di corruzione. Questo arresto è stato seguito da due giorni di disordini che hanno portato alle dimissioni del presidente. Dopo una controversa elezione presidenziale, il clan Gayoom è tornato al potere con Abdulla Yameen Gayoom, fratellastro dell’ex dittatore, che ha prestato giuramento come presidente il 17 novembre 2013.

Da allora, Abdulla Yameen Gayoom ha esercitato il potere in maniera sempre più autoritaria. In seguito ad un tentato omicidio avvenuto nel settembre 2015 mentre tornava da un pellegrinaggio alla Mecca, e alle accuse di coinvolgimento in un grande scandalo di corruzione, il presidente ha compiuto una serie di arresti arbitrari di figure politiche ai vertici di governo; due vicepresidenti sono stati accusati di tradimento mentre due ministri della Difesa sono stati messi dietro le sbarre[3]. Inoltre, l’ex presidente Mohamed Nasheed è stato arrestato apertamente per strada il 22 febbraio 2015 e condannato a 13 anni di carcere per «terrorismo». La sua condanna è stata emessa al termine di un processo segnato da gravi irregolarità[4]. Nel gennaio 2016, avendo ottenuto un visto di uscita per sottoporsi a delle cure mediche a Londra, Mohamed Nasheed ha ottenuto asilo politico in Gran Bretagna, dove continua la sua lotta per la giustizia.

Le imminenti elezioni presidenziali del 2018 hanno riacceso le tensioni. Il 5 febbraio 2018, il governo ha revocato lo stato di emergenza. Era stato decretato 45 giorni prima da Abdulla Yameen nel tentativo di neutralizzare i suoi ultimi rivali. Il presidente ha fatto ricorso allo stato di emergenza per rovesciare una sentenza della Corte Suprema che ordinava il rilascio di 12 deputati del suo partito, arrestati dopo essere passati all’opposizione nel 2017. Se fosse stato applicato, il giudizio della Corte Suprema avrebbe visto Abdulla Yameen perdere la sua maggioranza in Parlamento. Lo stato di emergenza ha quindi consentito al Capo dell’Esecutivo di consolidare il suo potere pochi mesi prima delle elezioni presidenziali previste per settembre 2018.

Queste lotte di potere sono accompagnate da faide familiari, dietro le quali si nascondono importanti interessi economici. Nel frattempo, l’Islam radicale continua a prosperare all’interno delle Maldive.

Incidenti

Come promulgato dalla Costituzione e dal sistema legale, nelle Maldive non vi è libertà di convertirsi dall’Islam a qualsiasi altra religione né di metter in dubbio la religione islamica. Nessuna religione all’infuori dell’Islam sunnita può essere insegnata all’interno del Paese. Le Maldive sostengono che gli stranieri che risiedono nel Paese possono praticare la loro religione in privato, ma in passato molti espatriati cristiani sono stati arrestati o deportati per aver partecipato a cerimonie private[5]. Tutti i visitatori delle Maldive sono tenuti a firmare un modulo di immigrazione in cui si afferma che non portano con loro materiale pornografico, idoli, alcol, carne di maiale o «materiale contro l’Islam»[6]. L’alcol è disponibile negli hotel che ospitano gli stranieri negli atolli, ma è contro la legge offrire alcolici ai cittadini delle Maldive.

Secondo Amnesty International, le milizie religiose che agiscono apparentemente in collusione con la polizia hanno commesso negli ultimi anni un numero crescente di sequestri e attacchi durante raduni sociali, in particolare quelli accusati di promuovere “l’ateismo”. Nel 2015, queste milizie religiose hanno più volte aggredito dei manifestanti pacifici con la complicità della polizia, e nessuno dei colpevoli è stato assicurato alla giustizia. Per Amnesty International, questi attacchi fanno parte di un deterioramento descritto come «allarmante» per le condizioni dei diritti umani all’interno del Paese[7].

Per quanto riguarda una possibile presenza cristiana all’interno delle Maldive, l’unico dato che può essere garantito è che non vi è alcuna chiesa né luogo di culto cristiano nel Paese. I pochi cristiani maldiviani non hanno nessun posto dove riunirsi e fanno del loro meglio per impedire che la loro fede venga scoperta. Ufficialmente non vi sono cristiani maldiviani, soltanto migranti cristiani. L’importazione ufficiale di bibbie e di altro genere di letteratura cristiana è categoricamente vietata.

Negli ultimi anni, sugli edifici dei diversi atolli sono comparsi sempre più graffiti che invitavano le persone a unirsi alle fila dello Stato Islamico (ISIS). L’influenza di ISIS si è manifestata non soltanto attraverso i graffiti, ma anche con un significativo reclutamento da parte del gruppo terroristico. Secondo il giornalista Praveen Swami del The Indian Express, un quotidiano indiano, i servizi di intelligence indiani e occidentali stimano che, su una popolazione totale di 370.000 abitanti, 200 cittadini maldiviani siano andati in Iraq e in Siria, il contingente più grande, in proporzione alla popolazione nazionale, di qualsiasi altri Paese al mondo[8]. Questi arruolamenti nei ranghi dello Stato Islamico sono stati confermati da uno studio del Soufan Group nell’aprile 2016[9]. Vi sono diverse ragioni alla base di questa cifra, in particolare lo stretto legame tra le reti jihadiste maldiviane e i gruppi estremisti in Pakistan. È inoltre da notarsi l’incapacità delle autorità di indagare su questi gruppi terroristici e sulle loro unità di reclutamento, attraverso i social network. L’articolo del The Indian Express conclude affermando che: «Per le Maldive, la cui economia dipende dal turismo, la possibilità di attacchi contro i turisti occidentali che si trovano in vacanza in hotel isolati in una delle innumerevoli isole dell’arcipelago, è una preoccupazione crescente».

Prospettive per la libertà religiosa

Le regole e le pratiche autoritarie del presidente Yameen hanno incontrato una crescente opposizione sia all’interno che all’esterno delle Maldive. L’India e la Cina sono coinvolte in un’intensa competizione per esercitare la loro influenza in questo arcipelago, che è strategicamente situato in una delle principali vie di comunicazione marittime. L’esito delle elezioni presidenziali programmate per settembre 2018 e l’evoluzione del potere esercitata dal presidente Yameen avranno un impatto determinante sulle prospettive della libertà religiosa. Per il momento, queste sono molto incerte in un Paese in cui l’islamismo estremista è predominante.

Note / fonti

[1] Costituzione della Repubblica delle Maldive, Presidenza delle Maldive, www.presidencymaldives.gov.mv/Documents/ConstitutionOfMaldives.pdf, (consultato il 13 aprile 2018).

[2] “Severe restrictions on religious freedom in the Maldives as defamation law passed”, Carey Lodge, Christian Today, 10 agosto 2016, https://www.christiantoday.com/article/severe-restrictions-on-religious-freedom-in-the-maldives-as-defamation-law-passed/92829.htm, (consultato il 13 aprile 2018).
[3]Laurence Defranoux, “Attentat contre le président des Maldives: le vice-président arrêté pour haute trahison”, Libération, 24 ottobre 2015, http://www.liberation.fr/planete/2015/10/24/attentat-contre-le-president-le-vice-president-arrete_1408598, (consultato il 13 aprile 2018).

[4] “Why Maldives is under a state of emergency?” The Christian Science Monitor, 4 novembre 2015, https://www.csmonitor.com/World/Global-News/2015/1104/Why-Maldives-is-under-a-state-of-emergency, (consultato il 13 aprile 2018).

[5] “Prospects of Religious Freedom Appear Grim in Islamic Maldives”, Compass Direct News, 12 agosto 2010, https://www.worldwatchmonitor.org/2010/08-August/23856/, (consultato il 13 aprile 2018).

[6]Ibid.

[7]“Maldives. Les droits humains sont mis à mal tandis que les autorités intensifient la répression” Amnesty International, 24 aprile 2015. https://www.amnesty.org/fr/press-releases/2015/04/maldives-human-rights-in-free-fall-as-authorities-step-up-crackdown, (consultato il 13 aprile 2018).

[8] “From Kerala family to ex-gangster, Islamic State pulls Maldives men”, The Indian Express, 15 aprile 2015, http://indianexpress.com/article/india/india-others/from-kerala-family-to-ex-gangster-is-pulls-maldives-men, (consultato il 13 aprile 2018).

[9] “How the Maldives is Failing to Stem Violent Extremism”, Azim Zahir, 28 aprile 2016, The Soufan Group, http://www.soufangroup.com/tsg-report-quoted-on-the-wire-politics-of-radicalisation-how-the-maldives-is-failing-to-stem-violent-extremism/, (consultato il 13 aprile 2018).

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