Religione

18.135.000Popolazione

1.240.192 Km2Superficie

Leggi il Rapporto
keyboard_arrow_down

homekeyboard_arrow_rightMali

Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione

La Costituzione, considerata una delle più liberali del mondo musulmano[1], dichiara il Mali uno Stato laico che garantisce a tutti i cittadini gli stessi diritti, indipendentemente dalla loro affiliazione religiosa[2]. La natura non confessionale dello Stato è sancita dall’articolo 2 della Costituzione del 1992, nel quale si afferma che: «Tutti i maliani nascono e vivono liberi e uguali nei loro diritti e doveri. Qualsiasi discriminazione basata sull’origine sociale, il colore, la lingua, la razza, il sesso, la religione o l’opinione politica è proibita». L’articolo 4 recita inoltre: «Ogni persona ha diritto alle libertà di pensiero, coscienza, religione, culto, opinione, espressione e creazione nel rispetto della legge»[3]. La legge fondamentale del Mali garantisce in modo chiaro e inequivocabile il diritto alla libertà di credo e il diritto di professare la propria fede attraverso atti di culto individuali o comunitari.

Nel giugno 2017, l’Assemblea nazionale del Mali ha adottato una bozza di emendamento costituzionale teso, tra l’altro a rafforzare la presidenza. Una decisione che si è rivelata controversa al punto che, nell’agosto 2017, il presidente Ibrahim Boubacar Keïta ha annunciato che il governo aveva deciso di rinunciare all’emendamento costituzionale proposto[4].

Il codice penale del Mali segue un approccio fondamentalmente liberale. Esso sostiene che ogni forma di discriminazione basata sulla religione è punibile in quanto violazione della libertà di religione[5].

La situazione della sicurezza nel Paese è rimasta molto instabile durante il periodo di riferimento. Vari gruppi terroristici islamici quali lo Stato Islamico o Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) hanno esercitato la loro influenza anche in Mali[6]. Lo scarso livello di sicurezza causa problemi anche alle minoranze religiose i cui appartenenti, a causa del loro numero ridotto, sono sotto alcuni aspetti tra i gruppi più vulnerabili della società maliana[7].

La vasta superficie del Paese nel Sahel si estende dal Sahara a nord fino alla savana umida a sud. A seguito di un colpo di stato militare nel marzo 2012, il Mali è piombato in un profondo caos dal quale non si è ancora ripreso. Quando jihadisti e gruppi ribelli hanno minacciato di invadere l’intero Paese, la Francia – l’ex potenza coloniale fino al 1960 – è intervenuta militarmente[8] e all’inizio del 2013, con l’appoggio delle forze africane, le truppe francesi hanno riconquistato il nord. L’Eliseo ha successivamente consegnato la responsabilità del territorio alla MINUSMA[9], la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite, sebbene la Francia continui a mantenere una potente unità antiterrorismo in Mali. Parigi è alla guida della missione di Barkhane[10], che conta 4.000 persone e nell’ambito della quale Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad cooperano con l’esercito francese. L’obiettivo comune di queste nazioni è quello di combattere la minaccia terroristica transfrontaliera nella regione del Sahel. Inoltre, nel febbraio 2017, i Paesi del “G5 Sahel” – Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad – hanno concordato di creare una forza antiterrorismo congiunta dell’Africa occidentale, con il sostegno finanziario fornito tra gli altri anche dall’Arabia Saudita[11].

Il grande impegno militare internazionale in Mali e nei Paesi limitrofi dimostra quanto grande fosse il pericolo del jihadismo durante il periodo in esame – e quanto rilevante tale rischio probabilmente rimarrà in futuro. La popolazione del Mali è prevalentemente di fede islamica sunnita. Quasi il 13 percento della popolazione appartiene ad altre religioni. I cristiani costituiscono poco più del 2 percento, i due terzi sono cattolici e un terzo è protestante. Il Mali è anche la patria di aderenti alle religioni tradizionali africane (quasi il 9 percento); e alcuni musulmani e cristiani incorporano anche le tradizioni africane nelle loro osservanze rituali[12]. Mentre la parte meridionale del Paese è considerata relativamente sicura, la situazione nel nord rimane tesa. Vi sono minacce di attacchi terroristici in relazione alle attività di contrabbando.

Incidenti

Secondo l’organizzazione per i diritti umani con sede in Germania Società per i Popoli Minacciati (Gesellschaft fürbedrohte Völker- GfbV),[13], l’esercito maliano è stato sopraffatto dalla necessità di proteggere la popolazione civile. Dall’inizio di gennaio 2018alla metà di febbraio[14], almeno 78 persone hanno perso la vita in attacchi terroristici nel nord e nel centro del Mali. Secondo la GfbV, 31 persone sono state uccise il 27 gennaio 2018 quando i militanti islamici hanno attaccato un campo militare vicino alla città di Timbuktu. Due giorni prima, il 25 gennaio 2018, 26 civili sono rimasti uccisi quando il loro autobus è passato sopra ad una mina. A peggiorare le cose, secondo l’organizzazione tedesca, è il fatto che il conflitto tuareg nel nord del Paese – almeno al momento della stesura di questo rapporto– non èancora finito, nonostante un accordo di pace firmato nel 2015.

L’esercito del Mali sta anche perdendo truppe ogni settimana. Secondo la GfbV, nel 2017 hanno perso la vita 716 soldati, mentre 548 forze di sicurezza sono rimasteferite nelle regioni settentrionali e centrali del Paese. Anche per le forze di pace delle Nazioni Unite, nessun teatro di operazioni nel mondo è più pericoloso del Mali: 21 membri armati della Missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite (MINUSMA) e sette impiegati civili delle Nazioni Unite sono morti nel 2017[15].

Funzionari musulmani e cristiani hanno ripetutamente condannato il grado di violenza[16]a cui sono esposti non soltanto i cristiani, ma in molti casi anche musulmani moderati. Una situazione gravemente degenerata, rispetto alla lunga tradizione di coesistenza pacifica dei gruppi religiosi e religiosi del Mali[17].

Prospettive per la libertà religiosa

Come in molti altri Paesi dell’Africa occidentale, lo stato di rispetto della libertà religiosa in Mali è strettamente legato al livello di sicurezza locale. Se sarà finalmente possibile porre fine al jihadismo e alle attività criminali ad esso associate – che affliggono gli appartenenti a tutte le religioni e confessioni del Paese – la situazione della minoranza cristiana con ogni probabilità migliorerà. Questa valutazione è anche sostenuta dal fatto che la coesistenza pacifica delle religioni in Mali ha una lunga tradizione e si può ancora osservare in molte parti del Paese, nonostante le violenze che si verificano. La riconciliazione rimane quindi possibile.

La piccola minoranza cristiana del Mali ha accolto con favore l’impegno militare della comunità internazionale per stabilizzare il Paese. Monsignor Edmond Dembele, Segretario Generale della Conferenza Episcopale del Mali, ha espresso la propria gratitudine attraverso i media alla fine del 2017[18]. La creazione di una forza dell’Africa Occidentale per combattere il jihadismo è un segno di speranza, non soltanto per il Mali, ma per l’intera regione sub-sahariana. Monsignor Dembele ha inoltre assicurato il proprio sostegno alla risoluzione che ha creato la forza di peacekeeping del “G5 Sahel” per l’Africa occidentale, tesa a stabilizzare la regione (vedi sopra). Secondo il presule la situazione della sicurezza in alcune zone del Mali è allarmante ormai da mesi.

Il quartier generale delle truppe del G5 si trova a Bamako, in Mali, ma – al momento della stesura di questo rapporto–si ritiene che le forze si schiereranno anche in Niger e Burkina Faso. Monsignor Dembele ha dichiarato: «Avevamo sperato che, con la firma dell’accordo di pace di Algeri nel giugno 2015, sarebbero state create le condizioni per la pacificazione e la stabilizzazione del Paese»[19]. «In effetti – ha aggiunto -per alcuni mesi dopo la firma dell’accordo, abbiamo vissuto un momento di relativa pace. Ma da circa un anno viviamo un ritorno all’insicurezza, soprattutto nel centro del Mali e persino nella capitale Bamako, dove vi sono stati attacchi»[20].

Di fatto, accanto al jihadismo, vi è un altro fattore che gioca un ruolo fondamentale nel plasmare il destino del Paese, ed è il contrabbando[21]. In effetti, risolvere il conflitto nel nord è reso molto più difficile da un fiorente commercio illegale[22]. Oltre ai migranti e alle merci, anche le armi e le droghe vengono trafficate e continuano a essere scoperte nuove rotte internazionali per il traffico di droga. Nel 2009, la scoperta nel deserto del nord del Mali di un aereo utilizzato per il trasporto di cocaina dall’America Latina ha attirato l’attenzione internazionale.

Se la presenza di truppe straniere in Mali riuscirà a fermare o addirittura a ridurre la diffusione delle attività criminali e del jihadismo nella regione rimane una questione aperta. «Il Mali è il nostro Afghanistan», ha affermato il giornale francese Le Monde nel novembre 2017[23]. I percorsi seguiti da entrambi i Paesi sono infatti simili: innanzitutto un successo militare (il Mali settentrionale è stato riconquistato dalle truppe francesi nel 2013), poi un fallito sforzo di ricostruzione, seguito dalla graduale diffusione di una nuova rivolta guidata da forze più brutali e politicamente più astute rispetto alle ultime. Le ragioni sono complesse: ci si può attendere che l’impegno delle forze occidentali diminuisca a lungo termine, in larga misura a causa della perdita di fiducia da parte dei partner locali. Le autorità locali, d’altra parte, sono emarginate dai loro protettori occidentali. Degli stranieri dicono loro cosa devono fare pur non comprendendo le condizioni locali – come comportarsi con clan, tribù, fazioni politiche o milizie. Nel frattempo, il jihadismo continua a crescere.

Fonti/note

[1] Cfr. Munzinger Länder: Mali, MunzingerArchiv 2018, https://www.munzinger.de/search/start.jsp, (consultato il 30 marzo 2018).

[2]Costituzione della Repubblica del Mali, Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), http://www.wipo.int/edocs/lexdocs/laws/en/ml/ml004en.pdf, (consultato il 17febbraio 2018).

[3]Ibid.

[4] “Mali”, Das Länder-Informations-Portal (LIPortal), Società tedesca per la cooperazione internazionale (Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit – GIZ), https://www.liportal.de/mali/geschichte-staat/#c976, (consultato il 17 febbraio 2018).

[5]Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, “Mali”, Rapporto 2016 sulla libertà religiosa internazionale, Dipartimento di Stato statunitense, https://www.state.gov/j/drl/rls/irf/religiousfreedom/index.htm#wrapper, (consultato il 2aprile2018).

[6] Munzinger Archiv 2018. Op. cit.

[7]Ibid.

[8] “Mali country profile”, BBC News, 28 giugno 2017, http://www.bbc.com/news/world-africa-13881370 (consultato il 17 febbraio 2018).

[9] Mission multidimensionnelle intégrée des Nations unies pour la stabilisation au Mali (Missione delle NazioniUnite in Mali).

[10] “Terroristen bei Einsatz des französischen Militärs in Mali getötet”, Neue Zürcher Zeitung Online, 14 febbraio 2018, https://www.nzz.ch/international/terroristen-bei-einsatz-des-franzoesischen-militaers-in-mali-getoetet-ld.1357463, (consultato il 17 febbraio 2018).

[11]   Cfr. Munzinger Archiv 2018, op. cit.

[12] Per la percentuale degli appartenenti alle comunità religiose sul totale della popolazione, cfr. Grim, Brian et. al. (eds.): Yearbook of International Religious Demography 2017, Leiden/Boston: Brill, 2017.

[13]Gesellschaft fürbedrohte Völker, https://www.gfbv.de/en/, (consultato il 14 aprile2018).

[14]   “Mali: Gewaltnimmtweiterzu”, Vatican News, 28 gennaio 2018, http://www.vaticannews.va/de/welt/news/2018-01/mali–gewalt-nimmt-weiter-zu.html, (consultato il 17 febbraio 2018).

[15]   Ibid.

[16]   Una panoramica sul numero di civili e soldati uccisi può essere trovata in Wikipedia. Cfr. “Northern Mali conflict”, Wikipedia,  https://en.wikipedia.org/wiki/Northern_Mali_conflict, (consultato il 2 aprile 2018).

[17]   Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, op. cit.

[18]   “Mali is the epicenter of jihadist groups that rage in Sahel”, Agenzia Fides, 14 dicembre 2017, http://www.fides.org/en/news/63399-AFRICA_MALI_Mali_is_the_epicenter_of_jihadist_groups_that_rage_in_Sahel, (consultato il 17 febbraio2018).

[19] “Church in Mali welcomes international stabilization force”, Crux, 29 dicembre 2017, https://cruxnow.com/global-church/2017/12/29/church-mali-welcomes-international-stabilization-force/

[20] Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, op. cit.

[21]Ibid. «Questi gruppi sono collegati al traffico illegale (armi, droghe, sigarette, esseri umani) che si concentrano nel centro del Mali. Questi sono commerci molto redditizi e i contrabbandieri come i jihadisti hanno interesse a seminare il caos per impedire allo Stato di controllare l’area per far rispettare la legge», ha sottolineato Dembele.

[22]Das Länder-Informations-Portal, op. cit.

[23]Kersten Knipp, “Islamic State’ seeks new foothold in Africa”, Deutsche Welle, 2 gennaio 2018, http://www.dw.com/en/islamic-state-seeks-new-foothold-in-africa/a-41977922, (consultato il 17 febbraio 2018).

Riguardo a noi

Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) è una Fondazione pontificia, Nata nel 1947, ogni anno sostiene più di 6mila progetti in oltre 140 Paesi nel mondo. Attraverso tre pilastri – informazione, preghiera e azione – ACN aiuta i cristiani ovunque essi siano perseguitati, oppressi o in difficoltà.