Religione

900.000Popolazione

23.200 Km2Superficie

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Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione

La società di Gibuti e l’Islam sono oggi più strettamente legati da un punto di vista politico- istituzionale di quanto non lo fossero nella Costituzione promulgata nel 1992. Nella prima frase dell’articolo 1 della Carta, il Gibuti è definito una «Repubblica democratica» [1]. Questa versione è stata emendata nel 2010. Il preambolo inizia ora con le parole «Nel nome di Dio Onnipotente», mentre l’articolo 1 dice apertamente che: «L’Islam è la religione di Stato» [2].

Alcune libertà fondamentali sono concesse ad altre religioni. Ai sensi dell’articolo 1, tutti i cittadini sono uguali, «senza distinzione di lingua, origine, razza, sesso o religione». Secondo entrambe le versioni della Costituzione, ai partiti politici è vietato «identificarsi [con] una razza, un’etnia, un sesso, una religione, una setta, una lingua o una regione» (Articolo 6). L’articolo 11 garantisce a ciascuna persona «il diritto alle libertà di pensiero, coscienza, religione, culto e opinione [nonché] il rispetto per l’ordine stabilito dalla legge e dalle normative [3]. In teoria, la Costituzione non proibisce esplicitamente il proselitismo, né le leggi prevedono una punizione per quanti non rispettano i precetti islamici, o professano un’altra religione.

Una legge approvata nell’ottobre 2012 conferisce al Ministero degli affari islamici ampi poteri sulle moschee del Paese e sul contenuto delle preghiere pubbliche. L’autorità del ministero riguarda tutti gli affari islamici, dalle moschee alle scuole confessionali private (sulle quali ha giurisdizione anche il Ministero dell’Educazione), agli eventi religiosi [4]. Secondo quanto dichiarato dai funzionari governativi, questo sistema è stato creato al fine di prevenire che si tengano attività politiche all’interno delle comunità delle moschee, per offrire al governo maggiore controllo e per limitare l’influenza straniera [5]. Accanto al sistema di istruzione pubblica laico, nel Paese vi sono circa 40 scuole islamiche private [6].

L’implementazione della legge del 2012, tuttavia, è stata lenta. Meno della metà delle moschee di Gibuti hanno infatti imam nominati dallo Stato, come invece richiesto dalla norma [7].

Indipendentemente dal fatto che provengano dall’interno del Paese o dall’;estero, i gruppi religiosi non musulmani sono tenuti a registrarsi presso le autorità. Le domande di registrazione sono seguite da una ancor più lunga indagine da parte del Ministero degli Interni, e non vengono concesse autorizzazioni provvisorie, in attesa del completamento della revisione. I gruppi musulmani, invece, sono semplicemente tenuti a notificare al Ministero degli Affari religiosi e culturali la loro esistenza. Non sono tenuti a registrarsi, né sono soggetti ad alcuna indagine da parte del Ministero degli Interni. I gruppi stranieri, sia musulmani che non musulmani, hanno anche bisogno del permesso del Ministero degli Affari Esteri prima di poter operare a Gibuti [8].

Il Capo dello Stato presta un giuramento religioso quando entra in carica [9].

I codici di diritto di Gibuti contengono anche elementi di legge islamica. I tribunali islamici risolvono questioni di diritto civile e di famiglia per i musulmani. Queste corti applicano la legge islamica assieme alla legge civile [10].

I tribunali civili statali regolano le questioni familiari dei non musulmani, ai quali è quindi consentito sposarsi civilmente, così come agli stranieri. Il governo riconosce i matrimoni religiosi non musulmani soltanto se i coniugi possono presentare un documento ufficiale rilasciato dall’organizzazione che li ha uniti in matrimonio [11].

Incidenti

Sebbene le norme e le consuetudini sociali di Gibuti non prevedano la rinuncia all’Islam, nel Paese si verificano conversioni. Ad esempio, è stato riferito che nel campo profughi di Markazi, popolato da rifugiati yemeniti, un residente che si era convertito al Cristianesimo ha subito intimidazioni e insulti da parte dei suoi compagni rifugiati [12].

È stato più volte riportato che i convertiti sono sovente costretti ad affrontare gravi conseguenze in seguito alla loro scelta, quale ad esempio la discriminazione sul posto di lavoro [13]. I rappresentanti delle confessioni cristiane hanno inoltre riportato atti di vandalismo contro le chiese e la distruzione di proprietà della Chiesa, da parte di individui non identificati [14].

In alcuni casi, le comunità religiose non registrate, inclusi i protestanti etiopi e alcune congregazioni musulmane, operano sotto l’egida di altre comunità registrate. Si dice che le comunità più piccole, come i Testimoni di Geova e i baha’i, svolgano le loro attività in segreto senza registrarsi [15].

Negli ultimi anni, Gibuti è diventato sempre più un riparo per i rifugiati in fuga dalla guerra nello Yemen, che si trova tra i 20 e i 30 chilometri di distanza, oltre lo stretto di Bab-el-Mandeb. Pur con delle risorse economiche molto limitate, la Chiesa cattolica di Gibuti fornisce sostegno al piccolo numero di cattolici dello Yemen [16]. La Chiesa è attiva anche nella promozione dello sviluppo locale, inclusa l’assistenza sanitaria [17].

Prospettive per la libertà religiosa

La stabilità di Gibuti è fortemente compromessa dalla situazione generalmente problematica della regione circostante. Inoltre, nel Paese molte persone soffrono a causa della mancanza di libertà politica [18]. La famiglia del presidente uscente Ismail Omar Guelleh è al potere da quando il Gibuti ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1977. Le elezioni tenutesi nell’aprile 2016, hanno confermato Guelleh al potere per il suo quarto mandato consecutivo. I candidati all’opposizione hanno avuto poche possibilità di stravolgere lo status quo. Anche la situazione della libertà di stampa è drammatica in Gibuti. L’organizzazione Reporters Without Borders ha fortemente criticato il governo per aver arrestato alcuni giornalisti della BBC e per averli espulsi dal Paese. Il Gibuti è agli ultimi posti nella classifica relativa all’indice di libertà di stampa stilato dalla stessa ONG, ovvero 170° su 180 Paesi [19]. Il trattamento restrittivo e, a volte, discriminatorio di tutte le comunità religiose non islamiche è un chiaro limite alla capacità di queste ultime di professare la propria fede.

Le indicazioni suggeriscono che le autorità vogliano mantenere il Paese lontano da conflitti di qualsiasi genere, compresi quelli religiosi. Rendendo il territorio nazionale ampiamente disponibile come base militare internazionale, il governo sta aumentando le sue entrate. Nel luglio del 2017, ad esempio, la Cina ha aperto la sua prima base militare nel Paese, riconoscendo la posizione strategica di Gibuti nel Golfo di Aden [20]. I termini del contratto di locazione consentono alle forze di Pechino di stazionare fino a 10.000 soldati cinesi nel sito. Gli Stati Uniti sono stati a lungo presenti in Gibuti, con la loro unica base militare permanente in Africa. Anche la Francia, ex potenza coloniale, e l’Italia hanno basi nel Paese, mentre la Germania e la Spagna vi hanno semplicemente delle truppe dispiegate [21]. Infine l’Arabia Saudita sta attualmente costruendo una base militare in Gibuti [22].

Il noleggio di queste strutture porta ogni anno centinaia di milioni di dollari al governo locale. Vi è motivo di ritenere che l’importanza internazionale di Gibuti come base militare e il conseguente reddito che tale attività fornisce al Paese possano contrastare l’estremismo, assicurando così almeno un certo grado di libertà di religione [23].

Note / fonti

[1] Costituzione di Gibuti del 4 settembre 1992, Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), http://www.wipo.int/edocs/lexdocs/laws/fr/dj/dj002fr.pdf, (consultato il 28 marzo 2018).

[2] Costituzione di Gibuti del 1992 con emendamenti fino al 2010, constituteproject.org,
https://www.constituteproject.org/constitution/Djibouti_2010.pdf?lang=en

[3] Ibid.

[4] Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, “Gibuti”, Rapporto 2016 sulla libertà religiosa internazionale, Dipartimento di Stato statunitense,
https://www.state.gov/j/drl/rls/irf/religiousfreedom/index.htm#wrapper, (consultato il 28 marzo 2018).

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] Ibid.

[10] Ibid.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] Ibid.

[16] “Jemen: Tausende von afrikanische Flüchtlingen sitzen fest”, Radio Vaticana, 10 aprile 2015,
http://de.radiovaticana.va/news/2015/04/10/jemen_tausende_afrikanische_flüchtlingen_sitzen_fest/1135807, (consultato il 12 febbraio 2018)

[17] “AFRICA/DJIBOUTI – HIV awareness programs in Catholic schools”, Agenzia Fides, 2 dicembre 2016, http://www.fides.org/en/news/61292-
AFRICA_DJIBOUTI_HIV_awareness_programs_in_Catholic_schools, (consultato il 12 febbraio 2018).

[18] Cfr. Dietmar Pieper, “How Djibouti Became China's Gateway To Africa”, Spiegel Online, 8 febbraio 2018, http://www.spiegel.de/international/world/djibouti-is-becoming-gateway-to-africa-for-china-a-1191441.html, (consultato il 12 febbraio 2018).

[19] Friederike Müller-Jung, “Dschibuti: Kein Machtwechsel in Sicht” , Deutsche Welle, 6 aprile 2016, http://www.dw.com/de/dschibuti-kein-machtwechsel-in-sicht/a-19168501, (consultato il 12 febbraio 2018).

[20] Dietmar Pieper, op. cit.

[21] Abdi Latif Dahir, “How a tiny African country became the world’s key military base”, Quartz, 18 agosto 2018, https://qz.com/1056257/how-a-tiny-african-country-became-the-worlds-key-military-base/, (consultato il 28 marzo 2018).

[22] “Djibouti welcomes Saudi Arabia plan to build a military base”, Middle East Monitor, 28 novembre 2017, https://www.middleeastmonitor.com/20171128-djibouti-welcomes-saudi-arabia-plan-to-build-a-military-base/, (consultato il 28 marzo 2018).

[23] Munzinger Archiv 2018, https://www.munzinger.de/search/start.jsp, (consultato il 27 marzo 2018).

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