Persecuzione / Situazione peggiorata

Indonesia

Religione

260.581.000Popolazione

1.910.931 Km2Superficie

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Quadro giuridico relativo alla libertà religiosa ed effettiva applicazione

Pur essendo la più grande nazione a maggioranza musulmana del mondo, a livello costituzionale l’Indonesia non è uno Stato islamico. Il Paese è invece guidato dall’ideologia del “Pancasila”, che significa «cinque principi». Come descritto nel preambolo della Costituzione, questa ideologia è fondata «sulla fede in Uno e un Unico Dio, su un’umanità giusta e civilizzata, sull’unità dell’Indonesia, su una vita democratica guidata dalla saggezza dei pensieri deliberati dai rappresentanti del popolo, e sul raggiungimento della giustizia sociale per tutto il popolo dell’Indonesia» [1]. In altre parole, la Costituzione non impone alcuna religione particolare, ma richiede ai cittadini di credere in una divinità. Da un punto di vista costituzionale, i diritti dei seguaci delle sei religioni ufficialmente riconosciute – Islam, Protestantesimo, Cattolicesimo, Induismo, Buddismo e Confucianesimo – sono protetti, mentre i diritti degli appartenenti ad altre religioni, credenze tradizionali locali incluse, agnostici e atei non lo sono.
Secondo l’articolo 28E della Costituzione, «ogni persona deve essere libera di scegliere e praticare la religione di propria scelta». L’articolo 29 afferma inoltre che: «Lo Stato garantisce a tutte le persone la libertà di culto, ciascuna secondo la propria religione o convinzione».
La blasfemia, l’eresia e la diffamazione religiosa sono vietate dagli articoli 156 e 156 (a) del codice penale indonesiano. Questo definisce come illegali gli atti «che esprimono sentimenti di ostilità, odio o disprezzo contro le religioni» e chi «insulta o offende una religione», reati per i quali è imposta una pena detentiva massima di cinque anni di reclusione [2]. Oltre al codice penale, nel 1965 il presidente Sukarno ha firmato il decreto presidenziale n. 1 / PNPS / 1965 sulla prevenzione della blasfemia e l’abuso delle religioni, noto come “legge sulla blasfemia”. L’articolo 1 di questo decreto proibisce qualsiasi «interpretazione deviante» degli insegnamenti religiosi e impone al presidente di sciogliere qualsiasi organizzazione che pratichi tali insegnamenti [3].

Nel 1969, il Ministero degli Affari Religiosi e il Ministero dell’Interno emanarono un decreto ministeriale congiunto, che regolava la costruzione di luoghi di culto. A seguito di una revisione del decreto, nel 2006 il regolamento congiunto del Ministro degli affari religiosi e del Ministro degli affari interni n. 8 e 9/2006 ha stabilito le “Linee guida per il mantenimento dell’armonia religiosa rivolte ai leader regionali e ai loro vice, il rafforzamento dei forum sull’armonia religiosa e la costruzione dei luoghi di culto” [4]. Il regolamento richiede che la costruzione di nuovi luoghi di culto sia sostenuta dalla popolazione locale. Si esige inoltre la raccomandazione scritta dell’ufficio distrettuale del Ministero degli affari religiosi e del Forum per l’armonia religiosa del distretto o della città. Il sindaco locale ha quindi 90 giorni per decidere se approvare o meno la richiesta.
Il 9 giugno 2008 il Ministero degli Affari Religiosi, il Procuratore generale e il Ministero dell’Interno hanno emanato un decreto congiunto che metteva in guardia la Jemaat Ahmadiyah Indonesia (JAI), ovvero i musulmani ahmadi indonesiani, e l’intera popolazione contro determinate «interpretazioni e attività devianti rispetto ai principali insegnamenti dell’Islam e la promulgazione di credenze che riconoscono un profeta il quale ha diffuso i propri insegnamenti, successivamente al profeta Maometto»[5].
Lo scopo del decreto era di «dissuadere tutti i membri della popolazione dal predicare, difendere o raccogliere sostegno pubblico in favore di una diversa interpretazione di una religione rispettata in Indonesia, e dallo svolgere attività religiose che ricordino le attività di quella religione, laddove quelle interpretazioni e attività si discostano dai principi di quella religione»[6]. Gli ahmadi sono stati avvertiti del fatto che «finché pretenderanno di essere musulmani, [devono] smettere di divulgare le proprie interpretazioni e di impegnarsi in attività che si discostano dai principi della dottrina islamica, vale a dire la diffusione dell’insegnamento che sia esistito un profeta dopo il profeta Maometto»[7].

Nell’agosto 2008, le autorità indonesiane hanno emanato le linee guida per attuare il decreto congiunto, specificando che questo si applicava soltanto agli ahmadi che dichiarano di essere musulmani, mentre coloro che non lo sostengono «sono esclusi dagli effetti di questo ammonimento e ordine»[8]. Le attività vietate comprendono «discorsi, conferenze, prediche, discussioni religiose, giuramento di fedeltà, seminari, workshop e altre attività orali o scritte, sotto forma di libri, documenti organizzativi, media elettronici e carta stampata, mirati a diffondere credenze che riconoscono l’esistenza di un profeta successivo al profeta Maometto e dei suoi insegnamenti». Qualsiasi violazione equivale a un reato in base all’articolo 1 e all’articolo 3 del decreto presidenziale del 1965 – rispettivamente contro le interpretazioni e gli insegnamenti devianti della religione e contro la blasfemia e l’abuso delle religioni – e all’articolo 156 (a) del codice penale indonesiano. La condanna comporta fino a cinque anni di carcere [9].
Oltre alle leggi sulla blasfemia, i regolamenti relativi alla costruzione dei luoghi di culto e le linee guida anti-ahmadi, centinaia di leggi e regolamenti locali e regionali sono stati promulgati negli ultimi due decenni. Tenendo conto sia dei regolamenti governativi che delle ostilità sociali, negli ultimi anni il Pew Forum ha costantemente valutato l’Indonesia come una tra le 25 nazioni più popolose del mondo con i più alti livelli di limitazioni alla religione [10]. Il dottor Musdah Mulia, presidente della Conferenza indonesiana per la religione e la pace, afferma che vi sono almeno 147 «leggi discriminatorie e politiche pubbliche in materia di religione»[11]. L’Indonesia non applica la legge della shari’a a livello nazionale, ma si stima che almeno 52 dei 470 distretti e comuni dell’Indonesia abbiano introdotto più di 78 regolamenti ispirati alla shari’a [12]. Alcuni esperti ritengono che le cifre siano ancora più alte, sostenendo che vi siano almeno 151 normative ispirate alla shari’a nelle province di Giava, Sulawesi, Sumatra e Nusa Tenggara Occidentale [13].

Incidenti

Il governatore cristiano di Jakarta Basuki Tjahaja Purnama, noto anche come “Ahok”, non è riuscito a farsi rieleggere nell’aprile del 2017. Ciò è accaduto dopo che il politico era stato riconosciuto colpevole di blasfemia e condannato a due anni di prigione [14]. Il 27 settembre 2016 “Ahok” ha citato un versetto del corano mentre rispondeva alle preoccupazioni circa il fatto che gli elettori musulmani difficilmente avrebbero votato per un non musulmano. Gruppi islamici conservatori e i suoi rivali politici si sono serviti delle sue affermazioni, soprattutto dopo che queste erano divenute virali tramite un video su YouTube [15]. La comunità internazionale – inclusi gli Stati Uniti, l’Unione europea e le Nazioni Unite – ha condannato l’imprigionamento di Ahok e ha chiesto la riforma o l’abrogazione delle leggi sulla blasfemia [16].
Le minoranze religiose in Indonesia hanno subito violenze sporadiche negli ultimi anni. Tre chiese nella seconda città più grande dell’Indonesia, Surabaya, sono state attaccate il 13 maggio 2018 da kamikaze, che hanno ucciso 13 persone e ne hanno ferite alcune dozzine [17]. Si ritiene che gli aggressori provengano da una famiglia di presunti membri di una rete indonesiana, il Jemaah Ansharut Daulah (JAD), ispirata allo Stato Islamico (ISIS). La Chiesa cattolica di Santa Maria è stata attaccata per prima da due giovani fratelli. I due, il sedicenne Firman Halim Iahir e il diciottenne Yusuf Fadhil Iahir, secondo quanto riferito, sono arrivati ​​in motocicletta e hanno fatto detonare gli ordigni esplosivi. Una donna e due ragazze di nove e dodici anni – Puji Kuswati Iahir, Fadhila Sari Iahir e Famela Rizqita – probabilmente madre e sorelle degli uomini che hanno attaccato la chiesa cattolica di Santa Maria, si sono fatte esplodere nella Chiesa cristiana indonesiana di Diponegoro. Ultimo ma non meno importante, la Chiesa pentecostale di Surabaya Center è stata presa di mira da un’autobomba, fatta detonare da Dita Oepriarto Iahir, che si ritiene essere il padre e il marito degli altri attentatori.
Il 29 agosto 2016, la chiesa cattolica di San Giuseppe a Medan, nella provincia di Sumatra settentrionale, è stata attaccata da un attentatore suicida durante la messa domenicale. Mentre il sacerdote leggeva il Vangelo, l’uomo ha fatto detonare un congegno, che però ha funzionato male, limitandosi a bruciare i capelli dell’attentatore. L’uomo, armato di un’ascia e di un coltello, è corso allora verso il pulpito, inseguendo il sacerdote lungo la navata. Il religioso ha riportato alcun tagli a un braccio ma non ha subito ulteriori lesioni, giacché i membri della congregazione sono riusciti a trattenere l’aggressore fino all’arrivo della polizia [18].

Alcune chiese in Indonesia sono state costrette a chiudere. Due dei casi più importanti riguardano la Chiesa cristiana indonesiana Yasmin di Bogor, West Java, e la Chiesa Filadelfia Batak a Bekasi, un sobborgo di Giacarta, che rimangono chiuse nonostante le sentenze della Corte Suprema che ne avevano permesso la riapertura.
Alcuni pastori sono dovuti fuggire dalla reggenza di Singkil, nella provincia di Aceh, a causa di ripetute minacce di morte. Uno di loro ha riferito che era stata fissata una taglia di 100 milioni di rupie indonesiane (circa 7.500 dollari americani) sulla sua testa per chiunque lo avesse catturato, vivo o morto [19].
Anche la comunità musulmana ahmadi deve affrontare la persecuzione. Il 4 giugno 2017 le autorità di Depok City, un sobborgo di Giacarta, hanno sigillato la moschea ahmadi, che il sindaco locale aveva ordinato di chiudere all’inizio dell’anno. La moschea è stata successivamente vandalizzata il 24 giugno da una folla che ha gettato uova e vernice contro il luogo di culto [20]. La Commissione nazionale per i diritti umani (Komnas HAM) ha scritto al sindaco di Depok, appellandosi alla sua decisione e proponendo un dialogo tra il sindaco e la comunità ahmadi, ma senza successo [21]. Gli ahmadi hanno affrontato sporadiche esplosioni di violenza negli ultimi anni – in particolare a Cisalada, Cikeusik, Tasikmalaya e Lombok- oltre alla chiusura della loro moschea a Bekasi [22]. Più di 200 ahmadi rimangono sfollati a Lombok dopo che le loro abitazioni sono state distrutte da un’ondata di violenze nel 2006 [23].
Sono continuate anche le aggressioni pubbliche alla comunità sciita, sebbene non siano stati segnalati episodi di violenza dagli attacchi contro i musulmani sciiti nella provincia di Giava Orientale nel 2011 e nel 2012, che avevano provocato lo spostamento di 500 persone. Secondo il rapporto annuale del Dipartimento di Stato americano sulla libertà religiosa internazionale, più di 300 sciiti provenienti da Madura sono rimasti sfollati alla periferia di Surabaya, nella Giava Orientale [24].

Altre minoranze religiose sono inoltre soggette a violazioni della libertà religiosa o di credo. In particolare, un gruppo spirituale noto come gafatar, affiliato a Millah Abraham, un movimento di azione religiosa e sociale che attinge dagli insegnamenti di tutte le fedi abramitiche, è stato bandito dal governo nel 2016 e i suoi leader sono stati incarcerati per blasfemia nel 2017 [25].
A Tanjung, nel nord di Sumatra, una donna buddista di etnia cinese è stata accusata di blasfemia per aver chiesto alla locale moschea Al Maksum di ridurre il volume degli altoparlanti durante la trasmissione delle letture del Corano registrate [26]. Il 29 luglio 2016, la donna, conosciuta come Meliana, ha chiesto al proprietario di un chiosco vicino alla moschea di avanzare questa richiesta, perché i suoi figli erano malati. Chiese che il volume delle recitazioni del corano fosse abbassato. La moschea acconsentì alla sua richiesta, ma quando la vicenda è apparsa su Facebook, è stata riportata in maniera errata, riferendo che la donna aveva chiesto che la chiamata alla preghiera fosse interrotta. A mezzanotte una folla ha risposto bruciando un tempio buddista, un tempio cinese e un istituto di assistenza sociale. La folla voleva anche bruciare la casa di Meliana, ma i vicini sono intervenuti, preoccupati che anche le loro abitazioni venissero incendiate.
Diverse organizzazioni, in particolare l’Istituto Setara, la Commissione nazionale per i diritti umani e la Fondazione Wahid, pubblicano relazioni periodiche relative al numero di episodi di violazione della libertà di religione. Tutti i rapporti indicano un aumento costante negli ultimi anni, anche se il rapporto più recente dell’Istituto Setara indica una diminuzione nel 2017 rispetto al 2016. L’Istituto riporta infatti 201 episodi di intolleranza religiosa registrati nel 2017, rispetto ai 270 del 2016 [27].

Prospettive per la libertà religiosa

L’Indonesia ha una lunga tradizione di pluralismo e armonia religiosa, che potrebbe essere ripristinata se le autorità intraprendessero un’azione concertata, forte e appropriata per contrastare le voci dell’intolleranza e difendere la libertà religiosa o di credo nel Paese. Se le autorità non agiranno, e se le voci moderate all’interno della comunità islamica, i difensori dei diritti umani e i gruppi della società civile non verranno ascoltati, la minaccia di un maggiore grado di estremismo, intolleranza e violazione della libertà religiosa potrebbe attuarsi. Dopo la sconfitta militare in Iraq e in Siria, è chiaro che ISIS si stia spostando nel sud-est asiatico, e l’Indonesia è tra le sue principali aree operative. Se continua così, le minoranze religiose del Paese non potranno far altro che affrontare crescenti pericoli.

Note / fonti

[1] Costituzione dell’Indonesia del 1945, restaurata nel 1959, con emendamenti fino al 2002, constituteproject.org, https://www.constituteproject.org/constitution/Indonesia_2002.pdf?lang=en, (consultato il 17 giugno 2018).

[2] Cfr. INDONESIA: Pluralism in Peril The rise of religious intolerance across the archipelago, in “Indonesia: Pluralism in Peril, 2014”, Christian Solidarity Worldwide, p.33, https://www.csw.org.uk/2014/02/14/report/179/article.htm, (consultato il 17 giugno 2018).

[3] Ibid.

[4] Ibid.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] Ibid.

[10] Rising Tide of Restrictions on Religion, Pew Research Center, 20 settembre 2012, http://www.pewforum.org/2012/09/20/rising-tide-of-restrictions-on-religion-findings/, (consultato il 17 giugno 2018).

[11] “Indonesia: Pluralism in Peril, 2014”, op. cit.

[12] Robin Bush, “Regional Sharia Regulations in Indonesia: Anomaly or Symptom?”, pp. 174-91, in Expressing Islam: Religious Life and Politics in Indonesia, edited by Greg Fealy and Sally White. Singapore: Institute of Southeast Asian Studies, 2008. pp. 174-191”,

The Multicultural Dilemma Migration, ethnic politics, and state intermediation, Michelle Hale Williams (ed), Bush, 2008:176

[13] “Shari’ah Advocates Must Put Into Practice Its History of Tolerance”, Jakarta Globe, 28 maggio 2012, http://jakartaglobe.id/archive/shariah-advocates-must-put-into-practice-its-history-of-tolerance/, (consultato il 17 giugno 2018).

[14] “Jakarta governor Ahok found guilty of blasphemy”, BBC, 9 maggio 2017, https://www.bbc.com/news/world-asia-39853280, (consultato il 17 giugno 2018).

[15] Cfr. Indonesia Visit Report 10-23 May 2017 in “Indonesia Visit Report”, Christian Solidarity Worldwide, 31 luglio 2017, https://www.csw.org.uk/2017/07/31/report/3648/article.htm, (consultato il 17 giugno 2018).

[16] Parlamento Europeo, Mozione per risoluzione P8_TA(2017)0002, 17 gennaio 2017. http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=MOTION&reference=B8-2017-0079&language=EN (consultato il 18 giugno 2018).

[17] “Indonesia: Three Churches hit in bomb attacks”, Christian Solidarity Worldwide, 14 maggio 2018, https://www.csw.org.uk/2018/05/14/press/3965/article.htm, (consultato il 17 giugno 2018).

[18] “Indonesia Visit Report”, op. cit.

[19] “Indonesia Visit Report”, op. cit.

[20] Ibid.

[21] “Indonesia Visit Report”, op. cit.

[22] Indonesia: Pluralism in Peril, 2014, op. cit.

[23] “Indonesia Chapter”, op. cit.

[24] Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, “Indonesia”, Rapporto 2016 sulla libertà religiosa internazionale, Dipartimento di Stato statunitense, https://www.state.gov/j/drl/rls/irf/2016/, (consultato il 17 giugno 2018).

[15] Ibid.

[26] “Indonesia Visit Report”, op. cit.

[27] “Indonesia Saw Fewer Religious Freedom Violations in 2017: Report”, Jakarta Globe, 16 gennaio 2018, http://jakartaglobe.id/news/indonesia-saw-fewer-religious-freedom-violations-in-2017-report/, (consultato il 17 giugno 2018).

 

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