"Mi hanno messo un coltello alla gola e mi hanno puntato una pistola alla testa. Mi hanno chiamato kaffir [miscredente]. Hanno detto che mi avrebbero ucciso. Sono stato posto in isolamento e nelle settimane successive ho perso più della metà del mio peso corporeo. [1]

homekeyboard_arrow_rightRISULTATI PRINCIPALI

RISULTATI PRINCIPALI
Di John Pontifex, Direttore responsabile.
Rapporto 2018 sulla libertà religiosa nel mondo

In un’intervista con Aiuto alla Chiesa che Soffre, concessa all’inizio del 2018, Antoine, padre di tre figlie, ha descritto cosa è successo quando è stato catturato dagli estremisti islamici nella città siriana settentrionale di Aleppo. Quando i militanti hanno scoperto che era cristiano, hanno chiesto all’uomo di convertirsi, altrimenti sarebbe stato ucciso. È stato incarcerato, torturato e privato del cibo. Si svegliava ogni giorno temendo che potesse essere l’ultimo.

Tale è il prezzo pagato da Antoine a causa della totale negazione della sua libertà religiosa. Eppure, è stato fortunato. Un giorno, ha colto l’occasione per fuggire. Mentre tutti i suoi rapitori erano raccolti in preghiera, l’uomo si è avvicinato silenziosamente alla porta principale della prigione e ha trovato il lucchetto aperto. È sgattaiolato fuori, ha scalato un alto muro e ha corso verso la sua vita. Più tardi, quello stesso giorno, si è riunito con sua moglie, Georgette e le loro tre giovani figlie.

Questo racconto personale, insieme a innumerevoli altri esempi, costituisce la ragion d’essere di questo Rapporto. Per tante altre persone, l’esperienza della persecuzione ha un esito molto diverso. Per il semplice fatto di appartenere alla religione sbagliata, un numero imprecisato di persone è stato ucciso; molti altri sono scomparsi e tanti altri ancora sono stati imprigionati per un tempo illimitato.

La mole di incidenti di questa natura, motivati dall’odio religioso, mostrano come al giorno d’oggi nel mondo la libertà religiosa sia “un diritto orfano” [2].

Per questo è più importante che mai arrivare a una definizione chiara e funzionale della libertà religiosa e delle sue implicazioni per i governi, le autorità giuridiche e la società nel suo insieme. Il presente Rapporto 2018 sulla libertà religiosa nel mondo di Aiuto alla Chiesa che Soffre, riconosce i principi fondamentali della libertà religiosa contenuti nell’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dalle Nazioni Unite nel 1948:

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti [3].

Osservando il periodo in esame, ovvero i due anni precedenti al giugno 2018 incluso, questo rapporto valuta la situazione religiosa di ogni Paese del mondo. Riconoscendo che questo fondamentale diritto non può essere adeguatamente valutato isolatamente, le schede di ciascun Paese analizzano criticamente la relazione tra questioni di carattere religioso e altri fattori correlati – ad esempio politica, economia, istruzione (si legga a tal proposito l’approfondimento “Una questione non soltanto religiosa”). 196 nazioni sono state esaminate con particolare attenzione, per ogni Stato, al posto riservato alla libertà religiosa nelle Costituzioni e in altri documenti giuridici, e agli episodi maggiormente rilevanti per poi procedere ad una proiezione delle probabili tendenze future. In base a quanto emerso dalle singole schede, i Paesi sono stati categorizzati (si veda a tal riguardo la tabella che appare alle pagine 36-39). La tabella si limita ai soli Paesi in cui le violazioni alla libertà religiosa vanno oltre le forme di intolleranza relativamente mite, rappresentando una vera e propria violazione fondamentale dei diritti umani.

I Paesi in cui si verificano queste gravi violazioni sono stati a loro volta suddivisi in due categorie: “discriminazione” e “persecuzione”. (Per una definizione completa di entrambe le categorie, visitare il sito www.religion-freedom-report.org). In questi particolari casi di discriminazione e persecuzione, le vittime di solito hanno poca o alcuna possibilità di far ricorso alla legge.

A grandi linee, la classificazione “discriminazione” normalmente comporta un’istituzionalizzazione dell’intolleranza, normalmente ad opera dello Stato o dei suoi rappresentanti a diversi livelli, con maltrattamenti legali e mirati ai danni dei singoli gruppi, incluse le comunità religiose.

Mentre la classe “discriminazione” di solito identifica lo Stato come l’oppressore, la categoria “persecuzione” include anche gruppi terroristici e attori non statali, dal momento che nei Paesi appartenenti a questa categoria avvengono vere proprie campagne di violenza e soggiogazione, che includono reati quali omicidi, detenzioni arbitrarie, esilio forzato, danni ed espropriazioni delle proprietà. Perfino lo Stato stesso ne può essere vittima, come accade ad esempio in Nigeria. Dalla definizione appena fornita, appare chiaro come quella di “persecuzione” sia la categoria peggiore, in quanto le violazioni alla libertà religiosa in questione sono più gravi e per natura tendono ad includere le forme di discriminazione come sottoprodotto.

Esaminando i Paesi di tutto il mondo, questo rapporto ha rintracciato prove di significative violazioni della libertà religiosa in 38 nazioni (19,3 percento). Questi 38 Paesi sono stati esaminati in maniera più approfondita e lo studio ha permesso di trarre le seguenti conclusioni: innanzitutto 21 nazioni (55 percento) sono state collocate nella categoria “persecuzione”, mentre le restanti 17 (45 percento) in quella meno negativa di “discriminazione”. Ciò significa che in tutto il mondo, l’11 percento delle nazioni è stato classificato come luogo di “persecuzione”, mentre il 9 percento come area di “discriminazione”. In secondo luogo, è emerso che la situazione relativa alla libertà religiosa è deteriorata in 18 dei 38 Paesi (47,5 percento), suddivisi in modo approssimativamente uniforme tra le categorie “persecuzione” e “discriminazione”. In terzo luogo, 18 dei 38 Paesi – 47,5 percento – non hanno mostrato alcun segno evidente di cambiamento tra il 2016 e il 2018. In quarto luogo, le condizioni della libertà religiosa sono migliorate soltanto in due Paesi (5%). Questi sono l’Iraq e la Siria, entrambi classificati tra i Paesi di maggiore persecuzione nel 2016. Significativamente, la situazione della libertà religiosa in Russia e Kirghizistan si è deteriorata a tal punto che nei due anni trascorsi dalla metà del 2016 che nel 2018 sono entrati per la prima volta nella categoria “discriminazione”. Al contrario, un netto calo delle violenze militanti islamiste in Tanzania (Zanzibar) e in Kenya ha fatto sì che nel 2018 queste due nazioni “perdessero” positivamente due categorie per essere incluse alle nazioni “non classificate”.

Mentre, per molti aspetti, i risultati del 2018 sono paragonabili a quelli registrati nel 2016, vi è una differenza significativa: vale a dire, un netto aumento del numero di Paesi con significative violazioni della libertà religiosa, in cui la situazione è chiaramente peggiorata. Nel presente rapporto risulta infatti che in 18 Paesi la situazione si è aggravata rispetto al periodo precedente, quattro in più rispetto ai 14 in cui si era registrato un peggioramento nel 2016. Ciò rappresenta un marcato deterioramento e riflette un modello generale, che mostra una crescente minaccia alla libertà religiosa da parte degli attori statali. Esempi in tal senso includono Paesi quali Birmania (Myanmar), Cina, India, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Federazione Russa, Tagikistan e Turchia. Inoltre, sebbene rispetto al 2016 la minaccia degli islamisti e di altri attori non statali sia diminuita in nazioni quali la Siria, l’Iraq, la Tanzania e il Kenya, in molti altri Paesi il pericolo dell’islamismo è notevole, anche se non ancora sufficiente a giustificare una categorizzazione che indichi un peggioramento. Le prove suggeriscono che la minaccia in questo ambito aumenterà probabilmente nel prossimo decennio. Questa stessa proiezione può essere applicata senza alcun dubbio nei confronti degli attori statali – ovvero i regimi autoritari – con un’influenza sia regionale che globale, i quali dal 2016 hanno provocato una battuta d’arresto della libertà religiosa in numerosi Paesi.

Tra le nazioni che hanno assistito ad una maggiore diminuzione del rispetto della libertà religiosa durante il periodo in questione, l’India è particolarmente significativa in quanto è il secondo Paese più popoloso al mondo [4] con una delle economie maggiormente in crescita a livello globale [5]. Rapporto dopo rapporto sono stati evidenziati sempre più atti di violenza eclatanti, ognuno con un motivo chiaramente stabilito che coinvolge l’odio religioso. Uno di questi episodi è avvenuto nello Stato del Madhya Pradesh, nell’India centrale. Descrivendo «una chiara atmosfera di ostilità contro di noi»[6], l’arcivescovo di Sagar, monsignor Anthony Chirayath ha raccontato come i fanatici nazionalisti minaccino fisicamente le famiglie della sua diocesi, intimando loro di andarsene. In una intervista concessa nel novembre 2017, il vescovo ha riferito che alcuni estremisti induisti avevano picchiato otto sacerdoti e bruciato il loro veicolo fuori da una stazione di polizia a Satna. L’associazione in difesa dei diritti umani Persecution Relief ha documentato 736 attacchi contro i cristiani compiuti nel 2017, con un netto aumento rispetto ai 358 del 2016 [7]. (si legga a tal proposito il case study – INDIA: Agricoltore musulmano ucciso da radicali indù “vigilanti” delle mucche)

Queste violenze ai danni di cristiani, musulmani e membri di altre minoranze – molti dei quali appartengono alle caste inferiori o ad alcuna casta – rivela l’emergere di una forma di nazionalismo particolarmente aggressiva, evidente sia in India che in altri Paesi del mondo. Il nazionalismo in questione non soltanto considera i gruppi minoritari rispettosi della legge una minaccia allo Stato-nazione, ma compie mirati e deliberati atti di aggressione al fine di costringere le minoranze a rinunciare alla loro identità distintiva o a lasciare il Paese. Una tale minaccia può essere definita ultra-nazionalismo. Oltre alle crescenti accuse e preoccupazioni in merito ai presunti tentativi di proselitismo tra le comunità indù, le minoranze sono ritenute – come ha recentemente dichiarato un deputato indiano – «una minaccia per l’unità del Paese»[8]. Tali affermazioni sono indicative di una mentalità nazionalista che identifica lo Stato federale esclusivamente con l’Induismo.

I gruppi nazionalisti indù maggiormente estremisti sono solitamente ritenuti responsabili di attacchi ai danni delle minoranze che rientrano in «una tendenza senza precedenti a ritrarre [i gruppi di minoranza religiosa] come agenti nocivi per lo Stato e l’orgoglio nazionale»[9]. Sono state ripetutamente sollevate preoccupazioni legate alla “complicità” [10] delle forze di sicurezza indiane nelle violenze o, quantomeno, alla mancata protezione degli appartenenti alle minoranze da parte degli agenti di polizia. Gli osservatori della libertà religiosa hanno notato come il forte aumento degli attacchi ai danni delle minoranze religiose in India sia coinciso con l’ascesa del Bharatiya Janata Party (BJP). Da quando il BJP è al potere, simili violenze sono divenute “di routine”[11]. Il BJP ha stretti legami ideologici e organizzativi con gruppi nazionalisti indù, tra cui l’ultra-nazionalista Rashtriya Swayamsevak Sangh [12]. Narendra Modi del BJP ha condotto il partito alla vittoria nelle elezioni del 2014, diventando Primo Ministro. Il vescovo Thomas Paulsamy ha dichiarato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre: «Il BJP sostiene i fondamentalisti. [Il Primo Ministro Modi] non vuole che si applichi la Costituzione, quanto piuttosto i principi e i valori religiosi dell’Induismo»[13].

Questo tipo di nazionalismo e il relativo impatto sui gruppi di fede minoritari non sono un’esclusiva dell’India. In effetti, uno dei risultati chiave di questo Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2018 è che gli sviluppi in India sono tipici dell’aumento dell’ultra-nazionalismo religioso che si registra in alcune delle principali nazioni del mondo, in ognuna delle quali le minoranze religiose sono sotto attacco. In questi Paesi i gruppi minoritari sono ritratti come alieni dallo Stato, una minaccia potenziale, se non già in atto, alla cosiddetta cultura nazionale, accompagnata da una forte lealtà verso altri Paesi. Se tale nazionalismo non viene controllato, il timore è che possa portare a una crescente pressione – se non addirittura una campagna di violenza su vasta scala – per costringere questi gruppi di minoranza a fuggire, oppure a rinunciare alla loro fede [14].

Non che questa forma di nazionalismo si identifichi invariabilmente con una particolare fede a spese delle altre. In Cina, tutti i gruppi religiosi sono a rischio se cercano di allentare i legami della mano sempre più autoritaria della leadership del Partito Comunista. Negli ultimi due anni, il regime del presidente Xi Jinping ha adottato nuovi provvedimenti per reprimere i gruppi di fede percepiti come resistenti al dominio delle autorità comuniste cinesi.

Nella provincia nord-occidentale della Cina, nello Xinjiang, Chen Quanguo, nominato capo del partito nel 2016, è stato accusato di aver guidato una massiccia repressione contro gli uiguri, il più grande gruppo musulmano del Paese. È stato riferito che il governo sta costruendo migliaia di campi di rieducazione [15] e che 100.000 uiguri sono «detenuti a tempo indefinito in campi sovraffollati di rieducazione lungo il confine occidentale della Cina»[16]. Altri rapporti suggeriscono che la cifra sia molto più alta. Un prigioniero ha riferito che non gli è stato permesso di mangiare fino a quando non ha ringraziato il presidente Xi e il Partito Comunista.

Mentre continuano a diffondersi notizie relative al fatto che «la repressione delle attività religiose si è intensificata», nell’ottobre 2017 durante la conferenza quinquennale del Partito Comunista cinese, il presidente Xi ha tenuto un discorso in cui dichiarava che tutte le religioni devono essere «orientate verso la Cina»[17]. Jingping ha affermato che il regime non avrebbe tollerato il separatismo celato sotto le spoglie della religione. La prova della determinazione governativa a far rispettare questo approccio è arrivata nel gennaio 2018 quando il governo ha introdotto nuovi “regolamenti sugli affari religiosi”, che sono considerati ulteriori e forti restrizioni imposte ai gruppi religiosi, le cui attività sono limitate ad alcuni luoghi specifici e il cui accesso a diverse forme di presenza online è stato bloccato [18]. Verso la fine del 2017, in alcune zone del Paese sono state riportate notizie di cristiani ai quali è stato offerto denaro per rimuovere le immagini natalizie del bambino Gesù e sostituirle con ritratti del presidente Xi [19]. Nell’aprile 2018, la vendita online della bibbia è stata bandita [20] e due organismi protestanti controllati dallo Stato hanno annunciarono che avrebbero realizzato una nuova versione “secolarizzata” della Bibbia compatibile con la “sinicizzazione” e il socialismo [21].

Passando alla Federazione Russa, si può notare un’altra dimensione dell’ultra-nazionalismo religioso. Le prove emerse dagli studi finalizzati alla redazione di questo rapporto concludono che «la situazione della libertà religiosa è drammaticamente peggiorata negli ultimi due anni»[22]. Di fondamentale importanza sono le leggi, note come “pacchetto Yarovaya”, emanate nel luglio 2016. Introdotte come parte della legislazione anti-terrorismo, tali norme hanno aumentato le restrizioni sugli atti di proselitismo, tra cui la predicazione e la diffusione di materiale religioso[23]. Significativamente, le principali espressioni di fede strettamente identificate con la cultura e la storia russa sono esenti dagli effetti della normativa. In seguito all’emanazione del “pacchetto Yarovaya”, la polizia ha effettuato perquisizioni in case private e luoghi di culto appartenenti a minoranze religiose. Il 24 aprile 2017, la Corte Suprema della Federazione Russa ha chiuso il Centro Amministrativo dei testimoni di Geova e tutti i 395 loro centri locali accusandoli di «estremismo»[24].

Il fenomeno dell’ascesa dell’ultra-nazionalismo e la conseguente ricaduta negativa sulle minoranze religiose è dilagante, come dimostrano i seguenti esempi. In Turchia, l’agenda nazionalista del presidente Recep Tayyip Erdogan ha mirato ad affermare l’Islam sunnita. Precedentemente, il regime si era impegnato a sostenere i diritti delle minoranze, ma l’approccio governativo è rapidamente mutato in seguito al fallito colpo di stato del luglio 2016. Sebbene il giro di vite delle autorità si sia concentrato sui dissidenti politici, i gruppi religiosi minoritari sono stati sottoposti a nuove ed ulteriori pressioni. Il governo ha accusato direttamente il movimento musulmano legato a Fetullah Gulen. I musulmani aleviti hanno subito minacce di violenze e le loro moschee sono state “riadattate” a templi sunniti [25]. Il regime ha inoltre chiuso due emittenti televisive sciite jaferi per presunta diffusione di «propaganda terroristica»[26]. Gruppi cristiani hanno denunciato come il nazionalismo religioso del presidente Erdogan «lasci [loro] poco spazio» [27]. Sono stati inoltre segnalati crescenti segnali di pressione, con cristiani e altri che affermano di essere descritti come «il nemico» dai mezzi di comunicazione statali [28].

Gravissime violazioni della libertà religiosa derivanti dall’ultra-nazionalismo sono state riscontrate anche in altri Paesi. Tra questi la situazione più preoccupante è quella in Corea del Nord, nazione in cui i gruppi religiosi sono percepiti come una minaccia al “culto personale” [29] della dinastia Kim e del regime, e dove la libertà religiosa è completamente negata dallo Stato. In Pakistan, la ferma opposizione alle modifiche alla controversa legge sulla blasfemia, che minaccia in particolar modo i gruppi di minoranza, è giustificata dagli estremisti determinati a trasformare il Paese in uno Stato pienamente islamico. Nel maggio 2018 il ministro federale dell’Interno Ahsan Iqbal si è miracolosamente salvato da un tentato omicidio. Il colpevole è stato identificato in un uomo di nome Abid Hussain. L’incidente è avvenuto poco dopo che Iqbal – noto per la sua difesa dei diritti delle minoranze religiose – aveva visitato una comunità cristiana nella sua circoscrizione a Narowal, nella provincia del Punjab. Quando è stato chiesto lui il movente del tentato omicidio, Hussain ha dichiarato di aver agito per difendere la legge anti-blasfemia [30]. In Tagikistan, l’atteggiamento di sospetto del governo nei confronti delle cosiddette influenze religiose straniere ha portato a misure oppressive, in particolare contro le comunità musulmane. Nell’agosto 2017, una modifica alla legislazione in materia ha richiesto alle donne tagiche di indossare abiti più in linea con la tradizione locale e di seguire la cultura nazionale. Soltanto in quel mese, 8.000 donne musulmane sono state fermate perché indossavano il velo islamico. Molte donne hanno inoltre ricevuto messaggi di testo in cui veniva loro intimato di non indossare il velo [31]. Nel tentativo di limitare l’influenza straniera, nel novembre 2017 gli imam formati all’estero sono stati sostituiti con altri chierici più «concilianti» [32].

Durante il periodo in esame, tra le notizie principali apparse sui media, vi è stata la grande offensiva militare contro i musulmani rohingya da parte del regime nazionalista della Birmania (Myanmar). A partire dal settembre 2017 e nei nove mesi seguenti, circa 700.000 persone sono fuggite dalla Birmania verso il vicino Bangladesh, raggiungendo i 200.000 profughi rohingya già presenti nel Paese [33]. Questo esodo di massa ha seguito «importanti offensive militari»[34] portate avanti nel 2016 e 2017, durante le quali sono stati bruciati 354 villaggi in soli quattro mesi [35]. (Si veda a tal riguardo il case study – BURMA (MYANMAR): I rohingya fuggono in massa da violenze, stupri e discriminazioni). La crisi è stata descritta come una «pulizia etnica da manuale» dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani [36]. Ciò è avvenuto dopo che i rapporti e le notizie relative alla crisi hanno chiaramente dimostrato che, sebbene vi siano anche fattori etnici e politici coinvolti, l’odio religioso gioca un ruolo importante nelle violenze ai danni di un popolo presente in Birmania da secoli.

Una differenza significativa contraddistingue la crisi dei rohingya rispetto ad altri casi di ultra-nazionalismo trattati in precedenza. Mentre il gruppo etnico ha ricevuto una considerevole e proporzionata attenzione da parte dei media, accompagnata dalla debita preoccupazione dei governi internazionali, altri scenari sopra descritti non sono riusciti a generare simili livelli di impegno da parte degli organi di stampa. Sebbene i casi in questione fossero molto diversi, la frequenza e la gravità degli attacchi in India, nonché il clima di rinnovata repressione delle minoranze in Cina e nella Federazione Russa, pur avendo raggiunto livelli drammatici, sono stati ampiamente sottostimati e ignorati. Quando è stato fatto circolare online un video in cui un influente leader nazionalista indù intimava ai cristiani di andarsene, altrimenti sarebbero stati «espulsi con la forza»[37], una delle principali pubblicazioni cattoliche ha definito l’accaduto «la storia più trascurata della settimana», osservando come il video, in gran parte ignorato dai media, contenesse anche immagini del chierico fondamentalista e di 20 suoi sostenitori che calpestavano delle fotografie di Papa Francesco [38]. L’impatto di questa apparente indifferenza internazionale non deve essere sottovalutato, dal momento che la mancanza internazionale contribuisce attivamente ad aggravare il problema, con pochi provvedimenti, se non nessuno, intrapresi per richiamare i relativi governi alle loro responsabilità. Questi incidenti indicano l’emergere di una frattura culturale; da una parte, in Occidente, vi è un’ignoranza e una mancanza di preoccupazione in merito alle violazioni alla libertà religiosa, e dall’altra, in Asia e in altre parti del mondo, le questioni religiose assumono una valenza centrale e fondamentale. Questa divisione è così marcata che si può concludere che esista una barriera di indifferenza, una cortina culturale, dietro la quale la sofferenza di intere comunità e di gruppi religiosi minoritari passa in gran parte inosservata. Quindi, aldilà di rilevanti eccezioni, l’analfabetismo religioso e l’apatia rendono cieco l’Occidente di fronte all’ondata di violenza ultra-nazionalista che viene perpetrata contro le minoranze religiose. Questa indifferenza a intermittenza non si estende tuttavia alle questioni razziali, culturali o di genere, ma soltanto alla religione. Il presente Rapporto chiede pertanto che vengano riconosciute le sofferenze delle minoranze religiose finora ignorate e che vengano intraprese azioni per difendere i loro diritti.

Durante il periodo in esame, vi sono stati tuttavia spiragli di speranza. Verso la metà del 2018, nel nord dell’Iraq si sono verificati eventi che soltanto due anni prima erano immaginabili e che sono andati oltre le speranze anche dei membri più ottimisti delle minoranze religiose in questione. Nel giugno 2018, alcuni rapporti hanno mostrato che 25.650 cristiani erano tornati nella città di Qaraqosh [39] nella Piana di Ninive, ovvero quasi il 50 percento del numero totale di persone che vivevano a Qaraqosh nel 2014, quando la popolazione della città è stata costretta a fuggire dalle violenze dello Stato Islamico (ISIS), i cui militanti si sono riversati anche nella vicina Mosul, la seconda città dell’Iraq. (si legga a tal proposito il case study – IRAQ: La sconfitta degli estremisti annuncia la riabilitazione della città). All’inizio del periodo in esame – quindi a metà del 2016 – non vi era alcun segnale ad indicare che l’occupazione della regione da parte di ISIS sarebbe finita di lì a poco e alcuni mesi dopo, quando i jihadisti sono stati finalmente espulsi, la devastazione lasciata aveva quasi totalmente azzerato il desiderio delle comunità locali – allora ancora sfollate ad Erbil, capoluogo della regione semi-autonoma del Kurdistan [40] – di ritornare alle proprie case. Ma se il numero di ritorni è stato particolarmente alto a Qaraqosh, ma anche vicini villaggi e città di yazidi e cristiani, tra cui Bartella, Karamles e Tellskuf, hanno visto un considerevole numero di sfollati tornare, per abitare con entusiasmo le abitazioni appena ristrutturate o ricostruite grazie agli aiuti delle organizzazioni legate alla Chiesa e di pochi governi stranieri che si sono mostrati solidali [41]. L’opera di ricostruzione è stata principalmente realizzata da associazioni di beneficenza e organizzazioni della Chiesa. Se non fosse stato fornito un simile aiuto, la comunità cristiana nella regione avrebbe seriamente rischiato di scomparire. I governi occidentali, a cui sono stati rivolti appelli e urgenti richieste d’aiuto, hanno purtroppo deluso le aspettative delle comunità interessate. Cristiani e yazidi sono stati riconosciuti come vittime di un genocidio – e dunque evidentemente meritevoli di sostegno – e gli eventi hanno dimostrato che esistevano elementi estremamente validi per riconoscere un tale crimine.

La rapida perdita di terreno da parte dello Stato Islamico – non solo in Iraq ma anche in Siria – è coincisa con analoghe battute di arresto ai danni di altri gruppi iper-estremisti [42] quali Boko Haram, che agisce prevalentemente nel nord della Nigeria. Boko Haram non soltanto ha perso la maggior parte del territorio sotto il proprio controllo, ma è anche stato quasi interamente sconfitto nella sua terra natale, Maiduguri, città situata nel nord-est del Paese dove il gruppo è nato.

Nel complesso, la bonifica di quasi tutto il territorio sotto il controllo dei gruppi iperestremisti ha rappresentato una vittoria per la libertà religiosa. I media hanno dato il dovuto rilievo a questo sviluppo di rilevanza internazionale, come testimoniato dalla copertura mediatica della liberazione di Marawi nelle Filippine dallo Stato Islamico nell’ottobre del 2017. (Si veda al riguardo il case study – FILIPPINE: Sacerdote sequestrato assieme ad altri parrocchiani della cattedrale). Ciononostante, il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2018 rileva come gli organi di stampa internazionali abbiano trascurato l’aumento delle violenze di matrice religiosa perpetrate da altri gruppi militanti islamici, che hanno in qualche modo colmato il vuoto lasciato dagli iper-estremisti. Questo è stato certamente il caso dell’Egitto, dove i cristiani copti hanno continuato a subire gravi attentati da parte degli estremisti. (si veda a tal proposito il case study – EGITTO: Estremisti uccidono 29 pellegrini copti cristiani). In Nigeria pastori militanti islamici di etnia fulani hanno attaccato le comunità cristiane della Middle Belt del Paese, massacrando le persone, distruggendo il raccolto dei contadini e seminando il terrore tra innumerevoli cristiani che temono per le loro stesse vite. Al centro delle violenze fulani vi sono i disperati sforzi dei pastori di «impossessarsi … dei terreni coltivati»[43] per far pascolare il loro bestiame, che hanno giocato un ruolo fondamentale nell’accentuare il fenomeno, assieme all’appartenenza etnica che crea tensioni tra i fulani e gli agricoltori appartenenti a diverse etnie. Tuttavia, la natura delle violenze e in particolare i numerosi attacchi contro i cristiani raccolti in preghiera, hanno sottolineato la crescente influenza del movente religioso. (Si veda a tal proposito il case study – NIGERIA: Cattolici uccisi da islamisti durante la messa). Ancora una volta, una scoperta fondamentale emersa da questo rapporto è il fallimento della comunità internazionale di riconoscere l’entità del fenomeno, aggravato dall’inattività delle autorità dei Paesi interessati. Il problema è grave a tal punto che i vescovi nigeriani hanno invitato il presidente nigeriano Muhammad Buhari a «prendere in considerazione la possibilità di farsi da parte» mentre «le agenzie di sicurezza chiudono deliberatamente un occhio alle grida … di cittadini inermi che costituiscono facili bersagli sia nelle loro case che … nei loro luoghi sacri di culto»[44]. Un vescovo ha lanciato un appello alla comunità internazionale: «Per favore non commettere lo stesso errore commesso con il genocidio in Ruanda» [45].

Gli eventi verificatisi in Nigeria durante il periodo in esame hanno dimostrato non soltanto la rinnovata violenza islamista, ma anche gli sforzi concertati per diffondere l’estremismo con mezzi aggressivi. In Somalia, gli islamisti di al-Shabaab hanno trovato un punto d’appoggio, e nelle aree sotto il loro controllo hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, inclusa la lapidazione [46]. In Niger sono emersi numerosi centri wahabiti [47]. Il violento punto caldo della Nigeria – la Middle Belt – è a prevalenza cristiana e gli osservatori dei diritti umani suggeriscono che l’azione militante nell’area sia intesa ad imporre un Islam in stile wahabita. I leader della Chiesa ritengono che gli aggressori siano «jihadisti provenienti dall’estero che hanno assunto le sembianze di pastori e che sono finanziati da persone di determinati ambienti le quali intendono perseguire una loro agenda islamista» [48]. Come prova, i sostenitori di questa tesi, indicano la rapida trasformazione dell’arsenale dei fulani, un tempo costituito da bastoni, archi e frecce, e che ora comprende fucili AK-47 e altri armamenti high-tech. Il presidente consultivo della Associazione Cristiana della Nigeria, il reverendo Otuekong Ukot, ha chiamato in causa anche la responsabilità nelle violenze di esponenti del governo, affermando che gli estremisti hanno intenzione di islamizzare l’intera Nigeria entro il 2025. Ukot ha inoltre notato che i massacri nella Middle Belt dimostrano come i militanti «si siano spostati in altre parti della Nigeria per raggiungere i propri obiettivi»[49].

Altrove in Africa, il tentativo di espansione dell’islamismo potrebbe non essere tanto aggressivo, ma di certo non ha ambizioni di minore entità. Le notizie hanno mostrato una serie di iniziative finalizzate ad una svolta islamista, spesso attuata attraverso la corruzione delle persone con l’intento di farle unire alla causa estremista, l’offerta di un’istruzione gratuita fortemente influenzata dal wahhabismo o da altri movimenti radicali e la costruzione in massa di moschee, indipendentemente dal fatto che siano o meno richieste. In Madagascar, un Paese prevalentemente cristiano, il cardinal Désiré Tzarahazana, arcivescovo di Toamasina, ha evidenziato un cambiamento radicale nella nazione. Il porporato ha reso noto che «l’Islam estremista» è stato importato in Madagascar, e riferito come i gruppi radicali «comprino le persone» e stiano mettendo in atto un piano che prevede la costruzione di più di 2.600 moschee nel Paese. Il cardinale, che è anche presidente della Conferenza episcopale cattolica del Madagascar, ha chiarito che questo cambiamento non è nato all’interno dell’Islam nazionale, bensì importato da gruppi di islamisti radicali provenienti dall’estero. In un’intervista concessa ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, il prelato ha infatti dichiarato che: «L’ascesa dell’islamismo è tangibile. Lo si può osservare ovunque. È un’invasione. Comprano le persone con denaro proveniente dagli Stati del Golfo e dal Pakistan»[50].

Una scoperta importante rivelata dalla ricerca sull’Islam è stata il grado di violenza cui sono soggette le donne, nell’ambito di un più ampio un processo di conversioni forzate. Da parte dello Stato Islamico (ISIS) e di altri gruppi iper-estremisti, vi è stato il tentativo sistematico di apportare un cambiamento ai dati demografici della popolazione. ISIS ha iniziato a costringere le donne non musulmane a convertirsi e a sposare uomini di fede islamica, così da accrescere il numero di bambini educati alla loro visione dell’Islam. In altri casi meno estremi, la ricerca ha mostrato episodi periodici di rapimenti, conversioni e matrimoni forzati. In quest’ultimo scenario, a differenza del primo citato, le motivazioni dei crimini, non sono soltanto di natura religiosa. (Si veda a tal proposito gli approfondimenti – Violenze sessuali e conversione forzata delle donne i) Nigeria, Siria e Iraq e II) Egitto e Pakistan)

Il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2018 ha inoltre scoperto che la militanza di alcuni gruppi interni alla comunità islamica non rappresenta una minaccia soltanto per le persone che non seguono l’Islam. Le prove mostrano chiaramente che le tensioni e le violenze sono parte di un crescente conflitto interno all’Islam, nel quale il desiderio di dominio e di espansione vedono contrapporsi sunniti e sciiti. In effetti, uno studioso ha dichiarato che tale scontro è «il più letale e irrisolvibile conflitto in atto in Medio Oriente, ed ha luogo tra musulmani»[51]. In che misura il problema derivi da un dogma religioso rappresenta a tuttora un dibattito aperto. Molti hanno sottolineato lo sfruttamento economico e politico delle tensioni ed hanno concluso che «non sono state le differenze teologiche a portare al recente spargimento di sangue…» [52]. Detto questo, la crescente lotta per l’egemonia tra i blocchi di potere sunniti e sciiti – e i loro alleati internazionali – sta indubbiamente intensificando lo scontro. (Si veda a tal proposito il case study – AFGHANISTAN: musulmani sciiti bombardati da estremisti sunniti)

Durante il periodo in esame, la minaccia dell’Islam militante si è estesa ben oltre l’Asia e l’Africa. Il biennio analizzato ha visto un’ondata di attacchi terroristici in Occidente, in particolare in Europa. Il pericolo reale è stato più diffuso di quanto le apparenze suggeriscano a causa dell’alto numero di attentati terroristici pianificati dai militanti estremisti che sono stati sventati con successo dalla polizia e dai servizi di sicurezza [53]. Gli attacchi avvenuti in Occidente, a Manchester, Berlino, Barcellona, ​​Parigi e altrove, hanno dimostrato che la minaccia posta dall’estremismo è ormai divenuta universale, imminente e onnipresente. Sebbene i motivi di tali attentati includessero ragioni politiche – ad esempio una sorta di vendetta per l’azione militare dell’Occidente in Siria e in altri Paesi – spesso questi atti avevano una dimensione specificamente religiosa, con i perpetratori che esprimevano disprezzo nei confronti della società liberale occidentale in generale e del principio della libertà religiosa in particolare. In alcuni casi, è emerso che gli attentatori intendevano specificamente prendere di mira il Cristianesimo. Indagini su incidenti legati all’attacco estremista avvenuto lungo il viale Las Ramblas di Barcellona nell’agosto 2017, hanno rivelato che gli islamisti avevano pianificato di attaccare anche l’iconica Basilica della Sagrada Familia. (Si veda a tal proposito il case study – SPAGNA: islamista guida un furgone tra la folla, uccidendo 15 persone). Molti degli attentati sono stati effettuati da persone con base in Occidente, radicalizzate online e fortemente influenzate dalle reti islamiste che reclutano persone ai margini della società. Gran parte di loro ha vissuto non lontano da dove sono state compiuto le stragi. Considerato nel suo insieme, quindi, il periodo in esame ha visto l’emergere di un nuovo fenomeno che può essere descritto come “terrorismo di quartiere”. Alcuni degli attacchi sono stati compiuti da militanti ritornati in gran numero in Occidente in seguito alla sconfitta dello Stato Islamico in Iraq e in Siria. Una ricerca condotta da analisti della sicurezza globale presso il Centro Soufan ha stimato che, all’ottobre 2017, ben 425 membri britannici dello Stato Islamico (ISIS) erano tornati nel solo Regno Unito [54].

Gli attacchi in Occidente e altrove hanno mostrato un’altra caratteristica del “terrorismo di quartiere”, vale a dire un aumento delle violenze motivate da ragioni religiose e una certa discriminazione nei confronti dell’Islam. Domenica 29 gennaio 2017, uomini armati sono entrati nel Centro culturale islamico del Québec in Canada durante la preghiera serale e hanno aperto il fuoco, uccidendo sei persone e ferendone altre 18 in quello che il Primo Ministro canadese Justin Trudeau ha definito un «attacco terroristico»[55]. Meno di sei mesi più tardi, Darren Osborne ha colpito la moschea di Finsbury Park a Londra, a quanto si dice gridando: «Voglio uccidere tutti i musulmani»[56]. Nel marzo 2018, Paul Moore, 21 anni, è stato dichiarato colpevole di tentato omicidio a Leicester, nel Regno Unito. Guidando la sua auto, è volutamente salito sul marciapiede e ha deliberatamente investito una donna musulmana che indossava il velo, provocandole gravi ferite, per poi compiere un secondo attacco [57]. Il Rapporto europeo sull’islamofobia del 2017 ha riportato un aumento degli attacchi contro i musulmani, concludendo che «l’islamofobia è divenuta un problema grave».

Essenziale per l’acuirsi del fenomeno è stato il disagio riscontrato in Occidente a seguito del massiccio afflusso di musulmani, specialmente in Europa, e del tasso di natalità relativamente elevato tra le comunità islamiche [58]. (Si veda a tal proposito l’approfondimento – Crisi all’interno dell’Islam). Sebbene molti Paesi europei fossero aperti ai migranti musulmani, un sondaggio di Chatham House pubblicato nel febbraio 2017 e condotto su cittadini di dieci diversi Stati europei ha mostrato che in media il 55 percento degli intervistati, ha affermato che «tutte le ulteriori ondate migratorie provenienti da Paesi a maggioranza musulmani dovrebbero essere fermate» [59]. In Germania, gli attacchi ai rifugiati, principalmente musulmani, sono aumentati dagli 1.031 del 2015 agli oltre 3.500 dell’anno successivo [60]. Nel complesso, l’aumento del “terrorismo di quartiere” minaccia di spaccare le società lungo linee religiose, creando potenzialmente una cultura di sospetto e sfiducia. Al di là delle violenze vi è stata inoltre una crescente preoccupazione per la discriminazione ai danni dei musulmani, con una ricerca effettuata negli Stati Uniti che ha mostrato come il 75 percento dei musulmani ritenga che nel Paese nordamericano vi sia «molta discriminazione» nei propri confronti [61].

Un aspetto importante della preoccupazione relativa alla crescita dell’Islam militante in Occidente sono le prove che collegano gli immigrati musulmani ad un aumento dell’antisemitismo. In Francia, dove la comunità ebraica è la più popolosa d’Europa e conta circa 500.000 appartenenti, vi è stato un picco ben documentato di attacchi antisemiti (si veda a tal riguardo il case study – FRANCIA: Anziana ebrea gettata da una finestra del terzo piano) e di violenze contro centri culturali e religiosi ebraici. Nell’aprile 2018, Le Figaro ha pubblicato un “manifesto” firmato da 300 personalità francesi – molte delle quali di fede ebraica – che denunciavano un «nuovo antisemitismo» contrassegnato dalla «radicalizzazione islamista» [62]. Tra le notizie di un’ondata migratoria di ebrei francesi in Israele negli ultimi anni, i firmatari del manifesto hanno condannato quella che hanno descritto come una «pulizia etnica silenziosa» determinata dal fondamentalismo islamico in ascesa, specialmente nei quartieri popolari [63].

In questo contesto, vi sono alcune prove che suggeriscono un piccolo, ma potenzialmente significativo, allontanamento dalla tradizionale pratica e fede religiosa di alcuni immigrati provenienti dai Paesi in via di sviluppo giunti in tempi relativamente recenti in Occidente. Ciò ha riguardato appartenenti a diversi gruppi di fede; nel marzo 2018, il Pew Research Center ha pubblicato una ricerca che mostrava come «il 23 percento degli americani allevati come musulmani non si identifichi più con la propria fede». È importante sottolineare, tuttavia, che «la maggior parte di queste persone tace sulla propria mancanza di fede», temendo possibili esclusioni sociali, specialmente all’interno delle loro famiglie [64]. Quanto emerso sembra inoltre suggerire che l’allontanamento dalla pratica tradizionale musulmana sia da ricercarsi non soltanto in alcune aree dell’Occidente, ma anche in taluni Paesi islamici. Il Consiglio degli ex-musulmani della Gran Bretagna ha dichiarato nel marzo 2018 che, mentre erano state vendute 3,3 milioni di copie di The God Delusion di Richard Dawkins dal 2006, «il solo pdf non ufficiale in arabo era stato scaricato 13 milioni di volte» [65]. Il Consiglio ha sottolineato che gli abitanti dei Paesi di lingua araba e di altre nazioni a maggioranza islamica sono normalmente riluttanti ad abbandonare pubblicamente la loro fede, o addirittura a metterla in discussione. Si tratta di una reazione a ciò che il Concilio descrive come «l’autoritarismo del dominio religioso … e l’inesorabile violenza», nonché al fatto che l’apostasia dall’Islam è tecnicamente punibile con la morte [66].

In sintesi, il periodo in esame ha visto alcuni importanti passi in avanti per la libertà religiosa, che difficilmente si sarebbero potuti prevedere al momento della stesura della precedente edizione, due anni fa. Tra questi vi sono gli sviluppi derivanti dalle ingenti perdite subite dallo Stato Islamico (ISIS) e da alcuni altri gruppi estremisti, in Iraq e in Siria, nella Nigeria nordorientale e in altri Paesi. Non soltanto questo ha posto fine alle violazioni estreme della libertà religiosa da parte degli islamisti, ma è anche stato foriero, in alcuni casi almeno, del ritorno dei gruppi di fede minoritari forzatamente costretti a fuggire dagli estremisti. Tuttavia, mentre l’estremismo islamista è stato respinto in alcune regioni, in altre si è espanso con conseguenze devastanti per vaste aree dell’Africa, tra cui la Middle Belt della Nigeria, la Somalia e perfino il Madagascar dove viene importato l’Islam wahhabita. L’islamismo militante è parte di una serie di fattori che hanno provocato una brusca flessione della libertà religiosa tra il 2016 e il 2018, in molte aree del mondo, inclusa l’Europa, vittima del “terrorismo di quartiere”. Il nazionalismo, specialmente quello caldeggiato dai governi, è divenuto sempre più aggressivo, con conseguenze profondamente preoccupanti per le minoranze religiose. Questo sviluppo, che può essere definito ultra-nazionalismo, è particolarmente significativo perché è ora dominante in Cina, Federazione Russa e India, le potenze mondiali con un’influenza crescente in tutto il mondo. Altri governi sono sempre più ultra-nazionalisti nella loro ostilità verso gruppi di minoranza, in particolare il regime della Birmania la cui violenza contro i musulmani rohingya ha scioccato gli osservatori dei diritti umani in tutto il mondo.

Questa pubblicazione rappresenta un’eccezione ad una tendenza prevalente; un sipario culturale è caduto, dietro il quale le minoranze religiose soffrono mentre l’Occidente, religiosamente analfabeta, chiude gli occhi. In Europa e altrove in Occidente, poco è stato fatto per convertire le parole di preoccupazione in un’agenda intesa a difendere e a sostenere la libertà religiosa. Ed è come se i Paesi in cui le comunità religiose soffrono siano ignari della libertà religiosa. Eppure, come le schede relative a ciascun Paese preparate per questo Rapporto 2018 sulla libertà religiosa nel mondo chiariscono più e più volte, le più gravi discriminazioni e persecuzioni dei gruppi di fede rispettosi della legge avvengono in nazioni la cui articolazione dei principi della libertà religiosa è al tempo stesso eloquente e ambiziosa. Mentre pochi mettono in dubbio il valore della libertà religiosa in Occidente, questa sembrerebbe tuttavia aver perso terreno rispetto ad altri diritti – in particolare quelli relativi a razza, genere e orientamento sessuale – il cui progresso è verosimilmente percepito come ostacolato dalla religione. Tuttavia, in un mondo reso popolare come un villaggio globale, in cui lo scambio culturale si è espanso massicciamente attraverso enormi cambiamenti mediatici e tecnologici, la migrazione di massa e la mobilità sociale, le prospettive di pace e coesione della comunità saranno inevitabilmente frenate dal proseguire dell’analfabetismo religioso e dell’indifferenza. Rimane però il fatto che per la maggioranza delle persone nel mondo, la religione è una forza trainante cruciale e spesso preminente. L’Occidente lo ignora a suo rischio e pericolo.

Fonti

[1] John Pontifex, “The suicide bomber saved by Our Lady”, Catholic Herald, 8 marzo 2018, http://www.catholicherald.co.ukw0080000007c4dww.catholicherald.co.uk/magazine-post/the-suicide-bomber-saved-by-our-lady/
[2] “Article 18: an orphaned right – A report of the All Party Parliamentary Group on International Religious Freedom”, giugno 2013
[3] Nazioni Unite – “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, http://www.un.org/en/universal-declaration-human-rights/index.html (consultato il 23 giugno 2018)
[4] Secondo le statistiche dell’Annuario della demografia religiosa internazionale (è necessario indicare la data di pubblicazione), la popolazione dell’India contava più di 1.326 milioni nel 2016.
[5] Kiran Stacy e James Kynge, “India regains title of world’s fastest-growing economy”, Financial Times, 28 febbraio 2018, https://www.ft.com/content/cb5a4668-1c84-11e8-956a-43db76e69936 (consultato il 24 giugno 2018)
[6] “‘Hindu radicals want to eliminate us. Help us’, says the bishop of Sagar”, AsiaNews.it, 16 novembre 2017, http://www.asianews.it/news-en/%26ldquo%3BHindu-radicals-want-to-eliminate-us.-Help-us%2C%26rdquo%3B-says-the-bishop-of-Sagar-42340.html (consultato il 24 giugno 2018)
[7] “Attacks on Christians in India double in one year”, 21 febbraio 2018, CathNews, http://www.cathnews.com/cathnews/31392-attacks-on-christians-in-india-double-in-one-year (consultato il 24 giugno 2018
[8] Shilpa Shaji, “History of attacks on Christians by the Right Wing in India”, 23 aprile 2018, https://www.newsclick.in/history-attacks-christians-right-wing-india (consultato il 24 giugno 2018)
[9] Saji Thomas, “Hindu attacks on Christians double in India”, UCANews, 20 febbraio 2018 https://www.ucanews.com/news/hindu-attacks-onchristians-double-in-india/81570 (consultato il 24 giugno 2018)
[10] “Police Complicit in Hindu Extremist Attack on Christians in Tamil Nadu, Sources say”, Morning Star News, 19 dicembre 2017, https://morningstarnews.org/2017/12/police-complicit-hindu-extremist-attack-christians-tamil-nadu-india-sources-say/ (consultato il 24 giugno 2018)
[11] “Shilpa Shaji, ‘History of attacks on Christians by the Right Wing in India”, 23 aprile 2018, https://www.newsclick.in/history-attacks-christians-right-wing-india (consultato il 24 giugno 2018)
[12] “Indian Christians faced almost as many attacks in first half of 2017 as all of 2016”, World Watch Monitor, 8 agosto 2017, https://www.worldwatchmonitor.org/2017/08/hinduisation-of-india-leads-to-more-anti-christian-violence/  (consultato il 24 giugno 2018)
[13] Murcadha O Flaherty, “India: Christians protest amid surge in attacks by Hindu extremists”, Aiuto alla Chiesa che Soffre (UK), 5 giugno 2018 https://acnuk.org/news/india-christians-protest-amid-surge-in-attacks-by-hindu-extremists/ (consultato il 24 giugno 2018)
[14] Dharm Jagran Samiti, capo dello stato di Uttah Pradesh, parlando dopo che Modi ha vinto le elezioni del 2014 in India, ha dichiarato: «Il nostro obiettivo è rendere l’India una Hindu Rashtra [una nazione puramente indù] entro il 2021. Musulmani e cristiani non hanno alcun diritto di rimanere qui. Quindi devono convertirsi all’Induismo oppure [saranno] costretti a fuggire da qui». Citazione da Shilpa Shaji, “History of attacks on Christians by the Right Wing in India”, 23 aprile 2018, https://www.newsclick.in/history-attacks-christians-right-wing-india (consultato il 24 giugno 2018)
[15] “Apartheid with Chinese characteristics”, The Economist, 2 giugno 2018, pp. 21-26
[16] “Thousand of Uighar Muslims detained in Chinese ‘re-education’ camps”, The Telegraph, 26 gennaio 2018, https://www.telegraph.co.uk/news/2018/01/26/thousand-uighur-muslims-detained-chinese-re-education-camps/ (consultato il 24 giugno 2018)
[17] “China’s president seeks more control over religion”, The Catholic World Report, 25 ottobre 2017, https://www.catholicworldreport.com/2017/10/25/chinas-president-seeks-more-control-over-religion/ (consultato il 24 giugno 2018)
[18] “China’s new religion regulations expected to increase pressure on Christians”, World Watch Monitor, 1° febbraio 2018, https://www.worldwatchmonitor.org/2018/02/chinas-new-religion-regulations-expected-increase-pressure-christians/ (consultato il 24 giugno 2018)
[19] JB Cachila, “China’s Christians are being told to take down their pictures of Jesus and replace them with President Xi instead”, Christian Today, 15 novembre 2017 https://www.christiantoday.com/article/chinas-christians-are-being-told-to-take-down-their-pictures-of-jesus-and-replace-them-with-president-xi-instead/118698.htm (consultato il 24 giugno 2018)
[20] “Beijing bans online Bible sales”, AsiaNews.it, 5 aprile 2018, http://asianews.it/news-en/Beijing-bans-online-Bible-sales-43540.html (consultato il 24 giugno 2018)
[21] “Protestant plan focuses on Sinicization of Christianity”, UCANews, 20 aprile 2018, https://www.ucanews.com/news/protestant-plan-focuses-on-sinicization-of-christianity/82098  (consultato il 24 giugno 2018)
[22] Ben Rogers, Scheda Paese “China”, Rapporto 2018 sulla libertà religiosa nel mondo, Aiuto alla Chiesa che Soffre, novembre 2018
[23] Mike Eckel, “Russia’s ‘Yarovaya Law’ Imposes Harsh New Restrictions on Religious Groups”, Radio Free, https://www.rferl.org/a/russia-yarovaya-law-religious-freedom-restrictions/27852531.html, (consultato il 24 giugno 2018)
[24] Victoria Arnold, “RUSSIA: Jehovah’s Witnesses banned, property confiscated”, Forum 18, 20 aprile 2017, http://www.forum18.org/archive.php?article_id=2274 (consultato il 24 giugno)
[25] Patrick Kingsley, “Turkey’s Alevis, a Musim Minority, Fear of Policy Denying Their Existence”, 22 luglio 2018 https://www.nytimes.com/2017/07/22/world/europe/alevi-minority-turkey-recep-tayyip-erdogan.html (consultato il 24 giugno)
[26] Scheda Paese “Turchia”, Rapporto 2017 sulla libertà religiosa internazionale, Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America,  https://www.state.gov/j/drl/rls/irf/religiousfreedom/index.htm#wrapper (consultato il 24 giugno)
[27] “Turkey. Where persecution comes from”, Open Doors, https://www.opendoorsusa.org/christian-persecution/world-watch-list/turkey/ (consultato il 24 giugno)
[28] Claire Evans, “State Rhetoric Increases Challenges Facing Turkish Christians”, Persecution – International Christian Concern, 19 giugno 2018,  https://www.persecution.org/2018/06/19/state-rhetoric-increases-challenges-facing-turkish-christians/ (consultato il 24 giugno)
[29] Relazione della Commissione d’inchiesta sui diritti umani nella Repubblica popolare democratica di Corea, Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, http://www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/CoIDPRK/Pages/ReportoftheCommissionofInquiryDPRK.aspx (consultato il 9 giugno 2018).
[30] “Gunman shoots Pakistan minister over blasphemy law”, World Watch Monitor, 9 maggio 2018,  https://www.worldwatchmonitor.org/coe/gunman-shoots-pakistan-minister-over-blasphemy-law/ (consultato il 6 luglio 2018)
[31] “You’ve Got Veil: Millions Of Text Messages Remind Tajiks To Obey New Dress Code”, Radio Free Europe/Radio Liberty, 6 settembre 2017, https://www.rferl.org/a/tajikistan-text-messsages-remind-obey-new-dress-code-hijab/28720266.html (consultato il 6 febbraio 2018).
[32] “Dushanbe cracks down on extremism, dismisses foreign-trained imams”, AsiaNews, 8 novembre 2017, http://www.asianews.it/news-en/Dushanbe-cracks-down-on-extremism,-dismisses-foreign-trained-imams-42270.html  (consultato il 28th February 2018).
[33] Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, “Birmania”, Rapporto 2017 sulla libertà religiosa internazionale, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, https://www.state.gov/j/drl/rls/irf/religiousfreedom/index.htm#wrapper (consultato il 25 giugno 2018).
[34] Ben Rogers, Scheda Paese “Birmania (Myanmar)”, Rapporto 2018 sulla libertà religiosa nel mondo, Aiuto alla Chiesa che Soffre, novembre 2018
[35] Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, “Birmania”, Rapporto 2017 sulla libertà religiosa internazionale, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, https://www.state.gov/j/drl/rls/irf/religiousfreedom/index.htm#wrapper (consultato il 25 giugno 2018).
[36] “Burma Chapter – 2018 Annual Report”, Commissione sulla libertà religiosa internazionale degli Stati Uniti d’America, http://www.uscirf.gov/reports-briefs/annual-report-chapters-and-summaries/burma-chapter-2018-annual-report (consultato il 25 giugno 2018).
[37] Linda Lowry, “Hindu leader demands all Christians leave India in publicised video”, Open Doors, 1° giugno 2018, https://www.opendoorsusa.org/christian-persecution/stories/hindu-leader-demands-all-christians-leave-india-in-publicized-video/ (consultato il 1° giugno 2018)
[38] Catholic Herald, 15 giugno 2018, p. 6
[39] Rev’d Dr Andrzej Halemba, “Church properties interim report – ACN Nineveh Plains projects update”, Aiuto alla Chiesa che Soffre, 9 giugno 2018
[40] John Pontifex, “Iraqi Christians start journey home to their ancient homeland”, The Times, 7 ottobre 2017, https://www.thetimes.co.uk/article/iraqi-christians-start-journey-home-to-their-ancient-heartland-d3wlm62xj (consultato il 25 giugno 2018)
[41] “Nineveh Plains Reconstruction Process”, Comitato per la ricostruzione di Ninive (NRC), https://www.nrciraq.org/reconstruction-process/ (consultato il 25 giugno 2018)
[42] “Rapporto 2016 sulla libertà religiosa nel mondo”, Aiuto alla Chiesa che Soffre, Executive Summary
[43] Murcadha O Flaherty e John Pontifex, “NIGERIA: Fears of ‘jihadist crusade’ deepen after Christians are shot dead”, Notizia Aiuto alla Chiesa che Soffre, 13 aprile 2018, https://acnuk.org/news/64284/ (consultato l’11 luglio 2018)
[44] Murcadha O Flaherty e John Pontifex, “NIGERIA: Bishops – President should resign for inaction over ‘killing fields and mass graveyard’”, Notizia Aiuto alla Chiesa che Soffre, 30 aprile 2018  https://acnuk.org/news/bishops-president-should-resign-for-inaction-over-nigerias-killing-fields-and-mass-graveyard/ (consultato il 25 giugno 2018)
[45] Murcadha O Flaherty, “NIGERIA: Bishop – Threat of genocide against Christians”, Notizia Aiuto alla Chiesa che Soffre, 28 giugno 2018, https://acnuk.org/news/nigeria-bishop-threat-of-genocide-against-christians/ (consultato il 6 luglio 2018)
[46] “Somalia’s al Shabaab stones woman to death for cheating on husband”, Reuters, 26 ottobre 2017, https://www.reuters.com/article/us-somalia-violence/somalias-al-shabaab-stones-woman-to-death-for-cheating-on-husband-idUSKBN1CV302, (consultato il 12 maggio 2018); “Somali woman ‘with 11 husbands’ stoned to death by al-Shabab”, BBC, 9 maggio 2018, http://www.bbc.com/news/world-africa-44055536 (consultato il 12 maggio 2018).
[47] Ufficio della democrazia, dei diritti umani e del lavoro, “Niger”, Rapporto 2016 sulla libertà religiosa internazionale, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America https://www.state.gov/j/drl/rls/irf/religiousfreedom/index.htm#wrapper (consultato il 31 marzo 2018).
[48] “Fulani Herdsmen Are Imported Jihadists Sponsored To Islamise Nigeria – Bishop Oyedepo Warns”, NaijaGists.com, 27 luglio 2017, https://naijagists.com/fulani-herdsmen-imported-jihadists-sponsored-islamise-nigeria-bishop-oyedepo-warns/ (consultato il 7 luglio)
[49] Emeka Okafor, “We Have Uncovered Plans to Islamise Nigeria By 2025 – CAN”, Independent [Nigeria], 8 maggio 2018, https://independent.ng/we-have-uncovered-plans-to-islamise-nigeria-by-2025-can/ (consultato il 7 luglio)
[50] Murcadha O Flaherty e Amélie de la Hougue, ACN News, 15 giugno 2018 “New Cardinal highlights threat of ‘extremist Islam’ from abroad”, https://acnuk.org/news/madagascar-new-cardinal-highlights-threat-of-extremist-islam-from-abroad/ (consultato il 25 giugno 2018)
[51] Dr Mordechai Kedar, “The Most Deadly Middle East Conflict is Shia vs. Sunni”, Arutz Sheva, 21 novembre 2013, www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/14132 (consultato il 7 luglio)
[52] John McHugo, “Don’t blame the faith: it’s the politics”, The Tablet, 7 luglio 2018, pp. 4-6
[53] Anushka Asthana, ‘Nine terrorist attacks prevented in UK last year, says MI5 boss, The Guardian, 5 dicembre 2017, https://www.theguardian.com/uk-news/2017/dec/05/nine-terrorist-attacks-prevented-in-uk-in-last-year-says-mi5-boss (consultato il 24 giugno 2018). Nel dicembre 2017, il direttore generale del British MI5 Andrew Parker ha detto al governo del Regno Unito che mentre cinque attacchi terroristici erano stati effettuati su suolo britannico nei precedenti 12 mesi, altri nove erano stati prevenuti.
[54] Kitty Donaldson, “MI5 Chief Warns of Threat to U.K. from Russia, Islamic State”, Bloomberg, 14 maggio 2018,  https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-05-13/u-k-s-mi5-to-say-european-alliances-never-more-crucial-than-now  (consultato il 24 giugno 2018)
[55] Ashifa Kassam e Jamiles Lartey, “Quebec City mosque shooting: six dead as Trudeau condemns terrorist attack”, The Guardian, 30 gennaio 2017, https://www.theguardian.com/world/2017/jan/30/quebec-mosque-shooting-canada-deaths (consultato il 7 luglio 2018)
[56] Bonnie Malkin et al., “Finsbury Park mosque attack: suspect named as Darren Osborne, 47-year-old who lives in Cardiff – as it happened”, The Guardian, 20 giugno 2017, https://www.theguardian.com/uk-news/live/2017/jun/19/north-london-van-incident-finsbury-park-casualties-collides-pedestrians-live-updates (consultato il 24 giugno 2018)
[57] Hanna Yusuf, “Mother who was run over twice by attacker: “I thought I had died”’, BBC News, 27 marzo 2018, https://www.bbc.co.uk/news/uk-43544115 (consultato il 12 luglio 2018)
[58] Michael Lipka, “Muslims and Islam: Key findings in the U.S. and around the world”, Pew Research Center, 9 agosto 2017  http://www.pewresearch.org/fact-tank/2017/08/09/muslims-and-islam-key-findings-in-the-u-s-and-around-the-world/ (consultato l’11 luglio 2018)
[59] “What Do Europeans Think About Muslim Immigration?”, Chatham House, 7 febbraio 2017, https://www.chathamhouse.org/expert/comment/what-do-europeans-think-about-muslim-immigration# (consultato l’11 luglio 2018)
[60] “Report reveals increase in anti-Muslim sentiment across Germany”, Daily Sabah, 24 ottobre 2017, https://www.dailysabah.com/islamophobia/2017/10/25/report-reveals-increase-in-anti-muslim-sentiment-across-germany (consultato il 7 luglio 2018)
[61] Katayoun Kishi, “Assaults Against Muslims in US Surpass 2001 Level”, Pew Research Center, 15 novembre 2017, http://www.pewresearch.org/fact-tank/2017/11/15/assaults-against-muslims-in-u-s-surpass-2001-level/ (consultato il 21 febbraio 2018)
[62] “Contre le nouvel antisemitisme: des centaines de personnalites signent une tribune”, Le Figaro, 22 aprile 2018,  http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2018/04/22/01016-20180422ARTFIG00027-contre-le-nouvel-antisémitisme-des-centaines-de-personnalités-signent-une-tribune.php (consultato il 24 giugno 2018)
[63] “The New Antisemite”, 22 aprile 2018, http://antisemitism-europe.blogspot.com/2018/04/france-300-personalities-denounce-quiet.html (consultato il 24 giugno 2018)
[64] “The number of ex-Muslims in America is rising”, The Economist, 17 maggio 2018,  http://media.economist.com/news/united-states/21738904-yet-even-land-free-apostasy-isnt-easy-number-ex-muslims-america (consultato il 24 giugno 2018)
[65] “Demand for atheism rises in countries under Islamic rule”, ex-Muslim, 27 marzo 2018, https://www.ex-muslim.org.uk/2018/03/demand-for-atheism-rises-in-countries-under-islamic-rule/ (consultato il 24 giugno 2018)
[66] “Demand for atheism rises in countries under Islamic rule”, ex-Muslim, 27 marzo 2018, https://www.ex-muslim.org.uk/2018/03/demand-for-atheism-rises-in-countries-under-islamic-rule/ (consultato il 24 giugno 2018)

Riguardo a noi

Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) è una Fondazione pontificia, Nata nel 1947, ogni anno sostiene più di 6mila progetti in oltre 140 Paesi nel mondo. Attraverso tre pilastri – informazione, preghiera e azione – ACN aiuta i cristiani ovunque essi siano perseguitati, oppressi o in difficoltà.